LA PANDEMIA CORONAVIRUS IN CONGO RD / UNA TRA LE ALTRE DEVASTANTI EPIDEMIE
L’Unicef ha lanciato un appello alla comunità internazionale affinché sostenga il sistema sanitario del Congo RD. Il paese conta 161 casi di contagio da Covid-19 e 18 decessi, ma è colpito anche da altre epidemie che sono una vera catastrofe sanitaria. L’epidemia di morbillo in corso ha già fatto 6.200 vittime, l’85 per cento bambini al di sotto dei cinque anni. Nel 2019 sono stati confermati 16 milioni e mezzo di casi di malaria, con circa 17mila decessi, il cui prezzo più alto è stato pagato dai bambini al di sotto dei cinque anni. Infine, c’è un’epidemia di colera, malattia endemica in alcune zone del paese, con più di 30mila casi. E come se non bastasse, il coordinatore dell’aiuto umanitario e rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu ha lanciato un appello per far fronte a una crisi umanitaria che riguarda circa 16 milioni di congolesi, di cui 5 milioni sfollati, colpiti da insicurezza alimentare. Per completare il quadro, ci sono 900mila congolesi rifugiati nei paesi limitrofi a causa di conflitti in corso nel paese. La pandemia rende l’emergenza sanitaria ancora più complicata. La Banca Mondiale ha risposto all’emergenza sbloccando un prestito di 47 milioni di dollari per sostenere il paese in questa “catastrofe sanitaria”, come dichiarato dal dr. Jean-Jacques Muyembe, direttore generale dell’Istituto nazionale di ricerca biomedica di Kinshasa.
Le autorità hanno, comunque, deciso di continuare la vaccinazione contro il morbillo, anche se in questo frangente pandemico sono indispensabili le protezioni per il personale sanitario in prima linea. Nel paese, infatti, mancano queste protezioni di base. Il sistema sanitario funziona solo per coloro che sono in grado di pagarsi le cure. Un medico congolese intervistato da Radio France Internationale ha affermato che la pandemia sta mettendo a nudo le responsabilità delle autorità, dei governi passati e, probabilmente, anche dell’attuale, perché non esiste ancora un piano per migliorare il settore della salute. Altri medici intervistati da Radio Okapi lamentano l’abbandono del settore sanitario da parte dello Stato. Con un salario equivalente a 300 dollari, i medici sono costretti a servirsi del trasporto pubblico, spesso senza trovare posto; inoltre, devono fabbricarsi le mascherine. Per cui, per arrotondare lo stipendio, molti operano anche nel settore privato, dove le condizioni di protezione e di lavoro sono migliori, ma questo aumenta il loro carico di lavoro, con il rischio di essere meno efficienti nel settore pubblico.
Nella capitale Kinshasa si sta lavorando alla ristrutturazione di quattro ospedali per accogliere i malati di Covid-19. Si prevedono 300 posti letto. Il direttore sanitario è il virologo Muyembe, co-scopritore del virus ebola, che ne ha coordinato la cura e di cui si aspetta la dichiarazione di scomparsa dal paese il 12 aprile prossimo. Il dr. Muyembe, che per la sua fama internazionale è già in contatto con i più grandi laboratori di ricerca del mondo, ha ricevuto l’incarico di coordinare la nuova emergenza sanitaria dal presidente della repubblica Felix Tshisekedi. Il decreto presidenziale ha sospeso molte attività. Scuole e università sono chiuse per un mese dal 18 marzo. Tutti i culti religiosi, le attività sportive e le diverse riunioni sono sospese. I funerali sono severamente regolati, proibiti nelle sale pubbliche o nei domicili famigliari, mentre le salme vengono immediatamente inumate alla presenza di un ristretto numero di parenti. Sono sospesi i voli con i paesi a rischio.
Circa la quarantena, dopo annunci e ritrattazioni – denunciate anche dall’arcivescovo di Kinshasa –, che segnalano l’assenza dello Stato e soprattutto la mancanza di misure per accompagnare il confinamento, le autorità hanno deciso di confinare dal 6 al 20 aprile solo il Comune di Gombe, nella capitale, quartiere dei Vip che, viaggiando all’estero, hanno portato il virus nel paese. In questo Comune, infatti, si è registrato il maggior numero di decessi, diventando il focolaio della pandemia nella capitale, che conta più di 11 milioni di abitanti, in maggioranza persone che vivono di attività informali, con meno di 2 dollari al giorno, mentre con l’arrivo del Covid-19 il prezzo dei generi alimentari di base è raddoppiato.
Si discute ancora sulla proposta di mettere in quarantena anche le provincie con casi di coronavirus, come quelle del Sud-Kivu, Nord-Kivu e Ituri, nell’Est del paese, ai confini con il Sud-Sudan, che ha confermato finora 1 caso, con l’Uganda (52 casi), il Ruanda (105) e il Burundi (3). Il 1° aprile è stata messa in quarantena la città di Bukavu: gli abitanti non possono spostarsi all’interno della Provincia e dall’interno non si può entrare in città. I rifornimenti sono ufficialmente assicurati e i prezzi bloccati. Ma non esistono controlli. Porti e aeroporti sono chiusi. Il dr. Mukwege, ginecologo e Nobel per la Pace 2018, è stato nominato direttore del Comitato della salute del Sud-Kivu e sta organizzando il suo ospedale di Panzi per accogliere i primi casi. Personalità come la sua e quella del dr. Muyembe sono senz’altro una garanzia che gli aiuti internazionali saranno ben spesi.
L’aspetto più difficile da gestire è quelle delle abitudini della gente che, malgrado gli appelli, non crede alla pandemia e pensa che sia meglio morire di virus che di fame! Per chi è abituato a salutarsi anche dieci volte al giorno dandosi la mano, sarà difficile salutare senza contatto fisico. Nelle periferie delle grandi città la promiscuità, la povertà, la mancanza di acqua e di corrente elettrica, le difficoltà della vita sociale, rendono difficili anche le norme più semplici. Sarà difficile chiedere alla gente la distanza sociale di sicurezza o di restare a casa. Le fasce più povere della società, infatti, sono obbligate ad uscire tutti i giorni per trovare il necessario per vivere. Per questo il dr. Mukwege ha lanciato un appello affinché, mancando i mezzi per arrestare la pandemia, i cittadini adottino almeno quei comportamenti responsabili che ormai il mondo intero conosce. La gente ha paura di essere stigmatizzata come malata di coronavirus, per cui tende a nascondersi. L’esperienza dell’ebola insegna. Bisognerà fornire un’informazione adeguata, completa e responsabilizzante.
La Monusco (Missione dell’Onu per la stabilizzazione nel Congo RD), forza di pace presente nel paese da 21 anni e con un effettivo di circa 16mila militari e circa 2000 tra poliziotti e civili, come ha fatto nella lotta all’ebola, aiuterà il paese a combattere la nuova pandemia. Il popolo congolese dal canto suo, con il suo spirito umoristico, quasi ad esorcizzare lo sviluppo del virus, ha già fatto suo l’acronimo Covid-19 trasformandolo in Congo vie difficile (Congo vita difficile)!






