Anche l’Africa è stata contaminata dal coronavirus, portato da turisti, lavoratori e cittadini di vari paesi africani, che hanno soggiornato in Asia, Europa e America del Nord, dove il virus è ormai diffuso. Attualmente sono 31 – su 54 – i paesi africani contagiati. Per l’Africa è vitale individuare e fermare ogni caso di contagio, tracciando i contatti avuti da chi è positivo, identificandoli e mettendoli in quarantena. Altrimenti sarà impossibile arginare la diffusione del contagio.
Già dall’apparizione del virus in Cina, l’Oms (Organizzazione mondiale della salute) aveva disposto aiuti in materiale e personale per formare in ogni paese equipe in grado di diagnosticare la presenza del virus. Oggi, ogni paese è in grado di farlo. L’inquietudine resta a livello di gestione di un eventuale grande numero di malati, perché il continente non è in grado di gestire numeri “cinesi” o “europei”, vista la precarietà dei sistemi sanitari del continente.
L’esperienza del virus ebola (che ha causato circa 11mila decessi nell’Africa Occidentale tra il 2014 e il 2015 e circa 2.200 in Congo RD tra il 2018 e il 2019) ha sicuramente aiutato gli operatori sanitari ad accrescere la consapevolezza della malattia, la gente ad esercitarsi alle privazioni, soprattutto nei paesi colpiti. C’è però da tener presente che la trasmissione del coronavirus è molto più veloce. Diversa poi è la forma di contagio: l’ebola si trasmette con i fluidi corporei e il suo tasso di mortalità è arrivato al 60 per cento dei casi; il coronavirus per via aerea con un tasso di mortalità del 3 per cento dei casi. Questa trasmissione “invisibile” può essere più difficile da contenere.
Secondo l’Oms (Organizzazione mondiale della salute) al 18 marzo 2020 i paesi più colpiti erano l’Egitto con 196 casi e 6 decessi; l’Algeria con 61 casi e 5 decessi; l’Africa del Sud con 116 casi; il Senegal con 37; la Tunisia con 25; il Marocco con 44 casi e 1 decesso. Gli Stati più popolosi come la Nigeria (120 milioni di abitanti) e l’Etiopia (100 milioni) rispettivamente con 3 e 5 casi. Il Burkina Faso con 15; il Camerun con 10. Gli altri paesi colpiti contano poche unità, ma si stanno già organizzando, anche se in ordine sparso, controllando maggiormente le frontiere (in certi casi chiudendole), sospendendo le scuole, la preghiera collettiva, i voli aerei, le manifestazioni previste per i 60 anni dell’indipendenza, eventi pubblici di ogni tipo, proibendo gli abbracci ecc. Si rafforza l’attenzione ai gesti semplici di ogni giorno, invitando la popolazione a curare maggiormente l’igiene. Il numero attuale dei contagi nel continente: 552 con 14 decessi. I dati però cambiano quotidianamente
Per molti paesi il coronavirus è solo una piaga in più, che si aggiunge a quelle già esistenti non ancora risolte. Per esempio, i paesi del Sahel (Mauritania, Burkina Faso, Mali, Niger e Ciad) sono già colpiti dalla guerriglia jihadista che provoca enormi spostamenti di popolazione. Gli Stati del Corno d’Africa (Eritrea, Etiopia, Somalia, Kenya) sono appena stati colpiti dalla piaga delle cavallette, con distruzioni all’agricoltura fino al nord dell’Uganda, del Congo RD e Burundi. Le popolazioni del Sud Sudan e della Repubblica Centrafricana sono ancora vittime di guerre civili. Nel Congo RD una forte epidemia di morbillo ha già fatto più di 6mila vittime, di cui tre quarti bambini. Paesi come il Mozambico, il Malawi, lo Zimbabwe e il Madagascar non si sono ancora rialzati dai danni del ciclone tropicale Idai dell’anno scorso. C’è poi il conflitto in Libia.
Un’altra voce unitaria e forte viene dal Comitato permanente del Secam (Simposio delle conferenze episcopali di Africa e Madagascar), che si è riunito a Nairobi, in Kenya, dal 4 al 7 marzo, e ha invitato alla consapevolezza e responsabilità nella lotta al virus tutti i cittadini dell’Africa.






