Vocazione, dono da accogliere
Iniziamo a far conoscere i giovani che frequentano la teologia del Pime a Monza e che sono alle prese con lo studio della lingua italiana. Loro sono Eric e Riko. Riko ha 26 anni, è nato nell’isola di Sumatra Utara, in Indonesia; dopo il noviziato ha studiato Filosofia a Jakarta e ha vissuto un anno pastorale a Yogyakarta. È arrivato in Italia il 2 settembre scorso (p. Giuseppe Dovigo, sx). La vocazione saveriana affonda le sue radici nella mia piccola famiglia, il primo luogo in cui la fede in Gesù Cristo è nata e ha potuto crescere in modo semplice e naturale. I miei genitori erano molto diligenti nel partecipare alla vita della Chiesa e, fin da bambino, ero abituato a vivere in un ambiente permeato dalla fede. Ogni domenica mio padre mi accompagnava alla catechesi e spesso partecipavamo insieme alla Messa. Sedermi tra lui e mia madre durante la liturgia era per me un momento prezioso, che ancora oggi custodisco nel cuore. Da quelle esperienze quotidiane, ma profonde, ho compreso che la prima chiamata che ho ricevuto è stata quella di essere un fedele discepolo di Cristo. Sono grato perché il seme di questa chiamata è germogliato proprio all’interno della mia famiglia. Fin da piccolo, ho nutrito un forte interesse per le attività della Chiesa, soprattutto quando ho iniziato a vivere in collegio e a frequentare una scuola cattolica. Quel contesto mi ha permesso di partecipare più attivamente alla vita parrocchiale: sono stato chierichetto, ho cantato nel coro e ho preso parte alle attività dei giovani cattolici. Provavo una gioia particolare ogni volta che potevo servire, anche solo tenendo una candela o portando la croce all’altare. In quel periodo, ho incontrato per la prima volta i missionari Saveriani che lavoravano nella nostra parrocchia. Provenivano da Paesi, culture e lingue diverse, eppure sapevano vivere come una sola famiglia. La loro generosità nel servizio era evidente, soprattutto quando li accompagnavo nelle piccole stazioni della missione. La loro testimonianza mi ha fatto intuire che essere missionario significa diventare segno dell’amore di Dio per tutti. L’esperienza di fede vissuta nella mia famiglia e la testimonianza dei Saveriani hanno fatto crescere in me, lentamente ma con costanza, il desiderio di diventare prete. Dopo la scuola superiore, ho deciso così di entrare nella Società Missionaria di San Francesco Saverio. La strada non è stata semplice, perché inizialmente mia madre non era d’accordo. Tuttavia, ho continuato il mio cammino con la certezza che, se Dio chiama, Egli stesso apre la via. Ho sentito la Sua presenza in ogni tappa della formazione: dalla propedeutica al postulato, dal noviziato alla scolastica, dall’anno di orientamento missionario fino ad oggi, mentre proseguo gli studi di Teologia in Italia. Ogni passaggio ha approfondito in me la consapevolezza che la vocazione è un dono da accogliere e vivere con fedeltà. L’eredità spirituale di San Guido Maria Conforti ha arricchito profondamente il mio cammino. Egli credeva con convinzione che fosse l’amore di Cristo a spingere lui e i suoi missionari ad annunciare il Vangelo. Questa stessa certezza sostiene anche me nel mio ingresso nella famiglia Saveriana. Ed è stato proprio l’amore di Cristo che, a poco a poco, ha aperto il cuore di mia madre, oggi pienamente serena nel sostenere la mia scelta. È un amore che continua a formarmi come persona, rendendomi più maturo, disponibile al servizio e capace di amare gli altri. Per me, l’esperienza dell’amore di Cristo è fondamentale: solo questo amore dona vita e mi rende capace di condividerlo con chi incontro.







