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Vita dura come il sasso: Preoccupati per i giovani di Uvira

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La città di Uvira, con il porto ancora intenso di movimento, si trova all’inizio del lago Tanganika. Le montagne scendono a picco sul grande lago; mi fanno pensare alla costiera amalfitana, solo che qui non ci sono le grandi strutture turistiche. La gente di Uvira si dà da fare con le sue ordinarie attività di agricoltura, pesca e commercio. Nonostante i trent’anni deleteri del regime di Mobutu, la città ha avuto un livello di vita un po’ più elevato di molte altre zone del Congo RD.

Da ottobre 1996, la  guerra

Quando i signori del mondo decisero la guerra nella regione dei Grandi Laghi, le operazioni iniziarono proprio nei dintorni di Uvira: sono qui infatti gli altopiani - les hauts plateaux - dei Banyamulenge che funzionarono da prima maschera dei signori della guerra. Il pretesto era di abbattere una dittatura, quella di Mobutu, che loro stessi avevano messo su nel 1965 e mantenuto al potere per trent’anni. Il vero obiettivo era di stabilirvi il loro “nuovo ordine”.

Il 26 ottobre 1996, quasi tutta la popolazione di Uvira fuggì. L’esercito di Mobutu si disperse. Da allora, Uvira ha conosciuto l’occupazione dei ruandofoni, sotto vari nomi e sigle con due “ribellioni”. Nel 2003 è iniziata la fase di “transizione” che dovrebbe concludersi con le elezioni di fine giugno 2005. I ruandofoni hanno cercato di fomentare una “terza ribellione” e una terza guerra, per rovinare la transizione. Grazie a Dio i loro tentativi di assalto su Uvira sono falliti. Ma l’Ituri, una zona più lontana, è una bocca di vulcano ancora attiva... 

Società e giovani in crisi

A Uvira c’è stata una vera e continua resistenza da parte della gente. Ma otto anni di conflitti hanno distrutto il tessuto economico, umano, sociale e religioso. Le conseguenze più gravi sono ricadute sui giovani di Uvira: sono in crisi; anzi, come dicono qui niko crise, “sono la crisi” numero uno. Non meno gravi sono le altre crisi.

La miseria non permette ai giovani di costruire una famiglia, anche per l’alto costo della dote, imposta dalla tradizione africana. Inoltre, le numerose sètte religiose seminano disorientamento con la loro predicazione e l’astio verso la chiesa cattolica, loro bersaglio preferito. La guerra poi ha riportato alla ribalta il tribalismo e l’animismo ancestrale con il ricorso a spiriti e magie...

Neppure la scuola aiuta i nostri giovani a crescere. Trent’anni di incuria, con insegnanti non pagati, hanno svuotato la scuola di serietà e di contenuti formativi. La maggioranza dei ragazzi non possono andare a scuola, perché i genitori non riescono a pagare la pur minima quota per gli insegnanti. Gli ex guerriglieri, ragazzi e giovani con un’arma in mano, hanno avuto la sensazione di essere divenuti importanti; recuperarli è un’impresa davvero faticosa! Insomma, il lavoro missionario è messo a dura prova!

Un congresso dei giovani

Dobbiamo fare qualcosa per questi nostri giovani. Tutti insieme abbiamo pensato di organizzare un congresso dei giovani, pur sapendo che è poco di fronte a una crisi così profonda. Con l’aiuto di Dio, vogliamo organizzare qualcosa di valido non solo per la celebrazione del congresso, ma anche per attuare le prospettive che si apriranno. Speriamo che i mezzi finanziari non ci riducano all’osso.

Noi nutriamo buone speranze, perché i giovani stanno rispondendo con entusiasmo alle iniziative promosse a loro vantaggio. In questi primi mesi di preparazione, notiamo che i giovani sono entrati nel clima del congresso e ne afferrano gli obiettivi. Questa iniziativa li ha un po’ elettrizzati.

Ma c’è di più. Molti giovani di Uvira e dintorni conservano la freschezza della loro anima giovanile ancora sana. Chiedono e cercano lavoro. Sono disposti a qualsiasi lavoro pur di racimolare qualcosa per pagarsi gli studi o la dote del matrimonio. La città è piena di daristes, i taxi a bicicletta: una vita davvero dura! Qui la chiamano kobeta libanga cioè, “battere la pietra”: la vita è dura come la pietra e bisogna battersi e lottare.

Se domandi ai giovani, “come te la cavi?”, ti senti rispondere, “batto la pietra”. Kobeta libanga - la vita di pietra - è ormai diventata una cultura che, da Kinshasa (fin dai primi anni del regime Mobutu) si è dilagata ormai in tutto il Congo!

Qui non si pensa al suicidio; qui si “batte la pietra!”; si lotta con la vita. È un gran motivo di speranza. Una speranza ancorata alla roccia solida che è Gesù Cristo.

La luce della sua Pasqua, dopo il Calvario, illumina anche le crisi della nostra Uvira.



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