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Ricordando p. Francesco Villa

Aspettando di partire per la missione del Messico, sono venuto qui a Parma alla scuola degli anziani e degli ammalati, al quarto piano della nostra Casa Madre. E così la mia strada mi ha condotto verso quella di p. Villa, con cui passavo tutte le mattinate, all'ospedale, da quando sono arrivato. Missionario in Brasile per tanti anni, p. Villa doveva amare quel paese e il suo popolo. Questa certezza mi è stata suggerita da ciò che p. Villa ha scritto sulla porta della sua camera in Casa Madre: l'anno in cui la malattia lo aveva costretto a lasciare il paese della sua missione e accanto un "Adeus Brasil".

Per me queste parole sono cariche della sofferenza di un missionario pieno di energia, ma tenuto inattivo dalla malattia. Accanto a lui ho contemplato la sofferenza dell'uomo. Spesso non sapevo cosa dirgli, se non restargli vicino. Potevo esprimergli tutta la mia comunione alla sua sofferenza solo agli inizi delle giornate e quando ci separavamo, stringendo fortemente la sua mano nella mia. La sua situazione andava sempre peggiorando. Aveva comunicato molto poco. Era quasi sempre in stato di sonno, con le labbra secche.

Quando mi voleva chiedere un piccolo servizio, lo faceva con il suo sguardo eloquente. Respirava con pena. Accanto a lui pensavo a ciò che diceva Frankl circa la religione e l'amore, e dicevo a me stesso che era la stessa cosa per la sofferenza. Solo che mentre l'intimità della religione ci mette davanti a Dio e quella dell'amore davanti a un'altra persona, l'intimità della sofferenza ci inchioda ognuno davanti a se stesso.

È allo "spiccare il volo" di questo confratello, incontrato solo da 12 giorni, che ho assistito alla sua morte, presso l'Ospedale delle Suore Piccole Figlie. La descrizione di questo momento è racchiusa in una lettera che sto scrivendo a mia madre, Tchala, morta tre anni fa.

"Tchala, ti scrivo dall' ospedale. Sono appena stato testimone di un atto di forza, di coraggio e di umanità. Padre Villa ha appena spiccato il volo. Ero lì da due ore. Colui che ha passato la notte con lui mi ha avvertito che la notte era stata dura per il malato. Padre Villa era in silenzio, con questa specie di respirazione soffocante che si poteva sentire anche a 10 metri di distanza, respirazione di qualcuno che sta lottando contro la morte. Combatteva, malgrado la fatica.

Di tanto in tanto  apriva gli occhi, come per rassicurarsi che non combatteva da solo. Poi, quando vedeva un confratello accanto a sé, i suoi occhi si chiudevano da soli davanti a lui. Il suo viso era triste ma sereno.

Ad un certo momento ha mosso la mano. Che voleva? Voleva che io gli stessi più vicino? Non lo saprò mai. Infatti, ero andato a sedermi a 2 metri dal suo letto e leggevo il mio corso di spagnolo. Sono andato subito accanto a lui. Non sapendo che volesse, l'ho toccato e ho incominciato a asciugare il sudore sulla fronte di quel guerriero che combatteva contro la morte. L'ho guardato ed ho toccato le sue mani. Si è lasciato accarezzare dalla mia mano che andava avanti e indietro sulla sua.

Sono sicuro che abbia sentito questa carezza fraterna, l'ultima che ha ricevuto da un figlio di Adamo. Poi, dopo aver bagnato le sue labbra secche con un pò di miele, sono andato a sedermi di nuovo ed ho cominciato a leggere qualcosa. Ho letto alcune frasi nel libro "Racconti di un pellegrino Russo", ho scritto qualche riga; avevo appena preso i miei fogli di spagnolo, quando sento il ritmo della sua respirazione fermarsi di colpo, con dignità e senza rumore né paura. Il padre aveva spiccato il volo.

Mi alzo, lo tocco, vedo che non respira più. Avverto gli infermieri, arriva il dottore. Guardano e parlano tra loro. Uno dice: “è partito”. E l’altro: “Così ha finito di soffrire”. Ed io ero rimasto lì, senza sapere che fare. Vanno tutti, resto solo con lui. Lo guardo: la sua bocca e i suoi occhi quasi aperti mi fanno pensare a un guerriero stanco morto ma cinvitore, che cade di stanchezza e di dignità allo stesso tempo.

Tchada, ti ho detto che non conoscevo questo padre prima. Ma il suo modo di morire mi può illuminare sulla sua vita. Credo che la maniera di soffrire e di morire dica molto sulla vita di un essere umano, rivelando la sua maturità umana e cristiana. Questo padre deve essere stato un uomo che ha saputo conciliare, nella sua vita, la comunione con gli uomini con la comunione con Dio e con se stesso: gli altri e la sua intimità. Il momento di spiccare il volo, ha voluto viverlo nell'intimità la più profonda, solo con il suo Dio. Non ha voluto un testimone a questo · avvenimento, come gli sposi che, dopo la festa con tutti gli invitati, si ritirano da soli per continuare la festa-comunione tra di loro e in un modo speciale. Infatti, dopo, sono rimasto come un colpevole. Colpevole di essere stato indiscreto, essendo stato lì, al momento preciso di questo incontro!

Che grandezza! La grandezza di un iniziato delle foreste africane. Prima accetta di essere accompagnato dalla sua mamma durante la sua infanzia, poi da tutti gli iniziati della sua tribù durante il periodo della iniziazione, e infine dai suoi coetanei e dai vecchi durante l’età adulta. Dopo di che, durante la saggezza della vecchiaia e dell’al di là, non accetta più che di farsi accompagnare dal Mistero di quelli che sono già morti senza essere mai morti, perché figli dell’immortale. Infatti, quelli che sono morti non sono morti, sono nel seno della donna, sono nell’acqua dei fiumi che scorre, sono nella vita colorata della primavera, sono nei bambini che nascono, sono ovunque dove si celebra la vita”.

Padre Francesco Villa, sei riuscito a prendere il volo verso gli orizzonti lontani e vicini, verso gli orizzonti che portano alla morte e alla vita, verso gli orizzonti che sono la dimore dell’Eterno. Sei benedetto. Prega per noi

Kitimbwa Lukangakye



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