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È il celeberrimo e rivoluzionario episodio del giovane ricco, nel quale mi pare di poter individuare due modi di sequela, previsti da Cristo: con il primo si esige una povertà affettiva, che consiste nel distacco "interiore" dalle cose, il che si ha quando l’avere-godere-potere non sono in concorrenza con Dio.

Questo avviene nello stato patrimoniale dove, per dirla con Paolo, lo Sposo ha il dovere di compiacere la sposa, e viceversa; dove gli sposi hanno il dovere di amare-usare le cose della terra, perché ad essi si impone, per dirla con Pio XII, la "ferrea legge" del matrimonio. Però il tutto avviene in-con-per-secondo Dio: siamo, come ognun vede, nello spirito delle beatitudini. Così il papà di Teresa di Lisieux trovava cosa lecita e santa fare il turista in Grecia.

Ma c’è anche un altro modo "accidentalmente" diverso dove c’è il distacco dai beni non solo affettivo ma anche effettivo per amare Cristo-fratelli-vita eterna in modo "esclusivo": è un gesto d’amore previsto da Cristo, secondo il quale la Sua persona-fratelli-eternità sono beni talmente "beni" che, per amore di essi, vale la pena, per dirla con Paolo, "sperperare" tutto.

Si tratta di questo fondamentale problema: il mondo deve capire che Cristo-fratelli-eternità sono beni talmente trascendenti che ci-sta-il-conto: deve capire che la sua "vera" salvezza è legata, in modo costitutivo, a Cristo-fratelli-eternità: il mondo ha un bisogno assoluto d’essere, per così dire, sbalordito e di vedere, con i suoi stessi occhi, la testimonianza inequivocabile di un Francesco, di p. Pio, di una Teresa di Calcutta.

Io credo che le parole-chiave che rendono miracolosamente facile-frequente-gioioso l’abbandono effettivo-radicale delle realtà terrene siano quelle notate dal Marco "postpentecostale": "Gesù, fissatolo, lo amò".

Direi che questi due termini sono talmente fascinosi-magici che non basterebbero tutti i libri della terra per commentarli sufficientemente; solo in Paradiso ci sarà dato di capire come Marco abbia potuto scrivere parole così cariche di intimità e d’amore. Il gesto dell’abbandono di tutto è il gesto dell’amore che risponde all’Amore che chiama: l’amore con l’amor si paga; non rispondere, non credere è grave mancanza che non può che lasciare una fondamentale tristezza e una totale solitudine: "… se ne andò, triste…", è una delle frasi più drammatiche della Bibbia.

Abbandonare tutto per amore di Cristo-fratelli-eternità fa parte dell’essenza stessa della "normale" vita cristiana normale. Vogliamo dire che se una Comunità cristiana non esprime "facilmente-frequentemente-gioiosamente" questi gesti d’amore testimonia chiaro chiaro che se la sua fede non è ancora "matura-ha-perso-una-marcia": come se un apostolo che non fa un altro apostolo, lascia pensare che, egli stesso, non ci crede del tutto. Perciò parroco-genitori se non desiderano-pregano-si-danno-da-fare perché la Comunità esprima questa "essenziale" modalità di vivere il battesimo, si devono preoccupare.

La mamma di Teresa di Liesieux pregava Dio che le mandasse anche figli, perché desiderava vivamente che qualcuno si facesse missionario: e siamo nel 1800! So di un'altra mamma che faceva un’ora di adorazione al giorno per ottenere vocazioni: ha avuto undici figli tutti sacerdoti; ne conosco un’altra che ne ha avuti nove: otto hanno scelto Cristo-fratelli-eternità e sono tutti vivi.

I genitori che non ritengono onere-garanzia-benedizione avere figli/e consacrati/e, per dirla con Gesù, sono di "poca fede".



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