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Un venditore di tappeti, Missionario in Bangladesh

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Intervista a P. Giovanni Abbiati, sx.

Questa è la strana storia di un prete, partito ragazzino dalle montagne della Valtellina e capitato all'altro capo del mondo a mettere in piedi un'attività gestita quasi esclusivamente da donne musulmane, in un posto dove le donne valgono meno di niente. Un posto che ora, a 51 anni, è la sua casa.

Come è iniziata la tua avventura?

cucito musulmano Sono entrato in seminario a 14 anni a Sondrio. Ma facevo fatica, non mi trovavo bene; venivo da una famiglia dove eravamo nove fratelli, c'era sempre una gran confusione. Invece lì era tutto ordinato, mi sentivo un po' soffocare. Poi mi sembrava tutto inutile. Insomma ho capito che quella non era la mia vita. Così ho deciso di entrare nella Congregazione dei Saveriani e andare a fare il missionario. Nel 1965 sono entrato nell'ordine dei Saveriani, la casa madre a Parma, io sono andato a Nizza Monferrato, dove c'era un'altra casa, a fare il liceo e a imparare a bere il barbera. Scherzo. Poi volevo partire, andare nello Zaire, perchè sapevo il francese. Ma era già coperto, non c'era posto, avrei dovuto aspettare anni. Invece in Bangladesh c'era posto, così sono andato nel 1975.

E' stata dura?

Ho fatto una gran fatica. All'inizio poi arrivi lì e non fai niente se non studiare il bengalese. La teologia che hai studiato prima non ti serve più, devi imparare la lingua. E così stavo lì a studiare, mangiare e dormire, mentre la gente attorno a te non mangia e non ha una casa dove stare. E poi l'atmosfera non era ottima. Avevano ucciso tre mesi prima uno dei nostri padri. E poi, non basta essere lì, fare il prete, che modello dai? La nostra missione è testimoniare la carità, la povertà, l'accoglienza, ma il problema di un sacerdote, quando sei lì, in quei paesi, è che rispettare il voto di povertà è impossibile, il tuo standard, per quanto tu rinunci, è sempre più alto delle persone che stanno intorno. E' per questo per esempio che fino a qualche anno fa non accettavamo preti tra la gente locale, perchè in questi posti non sai mai se lo fanno per vocazione o anche solo per scappare dalla loro condizione. Adesso invece li accettiamo, ma subito vengono mandati in un altro paese, perchè importantissimo conoscere altri posti per capire i limiti della propria cultura".

Torniamo a quei primi anni Settanta: come è iniziata l'impresa del Commercio Equo e Solidale?

Dunque l'idea dell'artigianato è nata con il ciclone. Subito dopo l'indipendenza nel 1972 in Bangladesh c'è stato un ciclone spaventoso che ha fatto migliaia di morti. Sono rimaste una marea di vedove, di donne sole, senza nessuno a difenderle. In quella cultura le donne sole, non hanno nessuno che le difende. Un marito magari le picchia, ma le aiuta. All'inizio è stata la Caritas che ha pensato: facciamole lavorare. Anche noi ci siamo posti il problema: cosa facciamo noi preti? Diciamo messa o creiamo qualcosa? Così abbiamo iniziato a Bhabarpara, nel Sud Ovest del Bangladesh, con sei donne e un capitale di otto milioni per comprare la juta e fare i tappeti. E' questa la loro attività, fanno tappeti di juta, di cui il Bangladesh è il primo produttore mondiale.

Dopo un anno le donne sono diventate 30, due anni dopo 150, e poi 500. La domanda a quel punto era: cosa ce ne facciamo di tutti questi tappeti di juta? All'inizio ho chiesto aiuto ad alcune parrocchie in Italia. Era il 1976. Abbiamo mandato qualche tappeto che mettevano sulle bancarelle in Valtellina, a Como, a Varese. Dopo sono venuti a trovarci là. Io poi sono venuto in Italia, perchè noi Saveriani siamo obbligati a fare dei periodi "a casa". Quando ero qui ho organizzato meglio la distribuzione della merce. Stavo a Cremona, sarei dovuto rimanere di più ma ho resistito solo due anni. Ho pregato il mio superiore di mandarmi indietro. Oggi ci sono 13 gruppi nel Sud Ovest del Bangladesh, di cui fanno parte 6 mila donne e, ogni anno mandiamo 11-12 container di roba, con un fatturato di 108 mila dollari".

Non è tanto.

Lo so, certo non basta per vivere, ma sono donne pagate a cottimo, che lavorano una, due, tre ore al giorno, e i prezzi li decidono loro. Decidono tutto loro, noi gli diamo solo un supporto organizzativo, le assistiamo, ma restiamo fuori. Il risultato economico è solo secondario. Quello che più conta è che cambiano i rapporti sociali. Da quelle parti prima che iniziasse questa attività le donne si sposavano, al massimo a 16 anni. E non certo con chi sceglievano loro. Oggi si sposano tra i 18 e i 19 anni. Sonda, che è una delle presidentesse della cooperativa, si è sposata a 21 e con un ragazzo che si è scelto lei. Ma ciò che più conta è questa dignità data da un lavoro, da qualcosa di continuo su cui fare affidamento.

Lì non possono fare affidamento su nulla, questo non è libertà. Invece loro si guadagnano la libertà. Anche quella di educare i loro figli: tutti i loro figli, vanno a scuola.



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