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Un crocefisso, nuovo ospite: La testimonianza dello scultore

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Qualcuno ha voluto regalare un nuovo crocefisso alla nostra chiesa. Gliene siamo grati. Il 9 settembre ha preso il posto dell’altro. Noterete anche voi la differenza. In queste circostanze, di solito si dice che “un’opera nuova ha arricchito...”. A noi piace di più dire che “un nuovo ospite ci ha fatto visita”. Meglio ancora diciamo: “un ospite nuovo è venuto a stare con noi”.

A noi saveriani questo crocefisso ricorda il “crocefisso del Conforti”. Chiamiamo così il crocefisso che il bambino Conforti andava a trovare nell’oratorio della pace, in Borgo delle Colonne a Parma, prima di entrare in classe. Il santo vescovo ci confidò: “Mi guardava e sembrava che mi dicesse tante cose”.

Nel silenzio di quell’oratorio nacque la sua vocazione e ai suoi missionari diceva che dovevano essere “araldi del crocefisso e del vangelo”.

Un crocefisso vivente

Il nuovo crocefisso sembra fatto apposta per una casa di accoglienza come la nostra. Gesù è sì in croce, ma per attirarci a lui, come egli stesso aveva detto: “quando sarò innalzato attirerò tutti a me”. È in atteggiamento di umiltà, come uno che serve, come l’agnello immolato del regno di Dio.

È  un Gesù vivo, anche se ha già ricevuto il colpo di lancia. Ha gli occhi aperti e guarda qualcuno. Le labbra sono in atteggiamento di chi sta parlando. È ripulito delle torture della passione come chi, dopo una fatica, si riassetta per ricevere un ospite.

Ma, scusate. Vi ho detto già troppo e non voglio prevenire le vostre impressioni, quando avrete la gioia di vederlo personalmente.

Vi faccio una confidenza

Stavo ammirando il crocefisso appena sistemato al suo posto quando, dietro una colonna della chiesa, ho visto Andrea, il giovane scultore. Ha fatto una bella genuflessione verso il suo crocefisso. Poi, in piedi e a mani giunte, ha pregato per qualche istante.

Avevo già in programma di fargli una piccola intervista. Così l’ho invitato in un salottino e gli ho chiesto: “Ogni artista ha un messaggio da trasmettere con ogni sua opera. Tu che messaggio hai affidato a questo crocefisso?”.

Senza pensarci, come se avesse previsto la domanda, lo scultore ha risposto: “Lavorando il crocefisso mi sono impegnato a esprimere che il Cristo dica a quelli che gli passano davanti, credenti e non credenti: «svegliatevi, non fate passare le giornate senza uno scopo!». Per questo il crocefisso è vivo, nell’atteggiamento di parlare con noi. Ringrazio voi saveriani perché con questo lavoro mi avete dato la possibilità di trasmettere questo mio messaggio. È un onore per me”. La conversazione è continuata per qualche minuto. Più volte il giovane artista ha ripetuto: “Bisogna che Gesù sia ascoltato di più, da tutti”.

Guardarci negli occhi

L’atmosfera che si era creata mi ha dato coraggio per azzardare la richiesta che mi stava a cuore: “Posso chiederti una cosa intima?”.  Al cenno affermativo, ho buttato giù la domanda: “Che preghiera hai fatto al tuo crocefisso, dopo la genuflessione?”.  Con semplicità ha risposto: “Al mio amico Gesù ho detto: «Mi piace guardarti negli occhi, e spero che anche tu mi guardi con amore»”.

 Ci siamo guardati, senza riuscire a nasconderci gli occhi bagnati. Dicono che Michelangelo abbia gridato al suo Mosè: “Perché non parli?”. Andrea ha parlato al suo Gesù.

Anche se è opera delle sue mani, egli sa che è sempre vivo e si sente amato da lui.


  • Nota bene:Questo di Andrea è il primo colloquio registrato che Gesù ha avuto in questa chiesa. Chissà quanti ne avrà ancora... anche se a registrarli - meno male! - non ci sarà p. Agostino.


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