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Tra pace e guerra, i giovani non sono semplici spettatori

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Nella pagina che di solito ospita le testimonianze dalle missioni e non solo, è bello lasciare la parola a chi vede la Pace dal punto di vista dei giovani.

In un mondo attraversato da oltre 170 conflitti armati attivi, parlare di pace è una responsabilità. Tutto ci ricorda che la guerra non è un ricordo del passato, ma un’angoscia presente. Eppure, noi giovani non abbiamo smesso di cercare la pace, che è giustizia, dialogo, coesistenza: quella che il Vangelo chiama beatitudine degli operatori di pace (Mt 5,9).

I dati della realtà. Il Global Peace Index 2025 conferma un declino della pace mondiale per il sesto anno consecutivo. Mai dal 1945 i conflitti erano stati così numerosi e sanguinosi: oltre 152mila vittime nel 2024.
Molti di noi sono cresciuti con l’illusione della pace globale. Ma le immagini di Gaza, Bucha, Kabul o Rafah ci arrivano senza filtri: ci sentiamo impotenti, ma non indifferenti. Lo dimostrano le marce della pace, le mobilitazioni studentesche, le iniziative interreligiose. Vogliamo capire perché spesso si preferisce inviare armi invece che mediatori, perché la politica parla di “dalla parte giusta della storia” senza spiegarci quale sia davvero il percorso della giustizia.

Papa Leone XIV ha denunciato con forza l’ipocrisia di chi invoca la pace mentre arma i conflitti. Ha definito vergognosa la crisi umanitaria a Gaza, richiamando con decisione il rispetto del diritto internazionale umanitario e chiedendo la protezione dei civili. Ha rivolto un forte appello per un cessate il fuoco permanente tra Israele e Hamas. Ha ricordato che “la pace non nasce dall’equilibrio della paura, ma dall’incontro della giustizia con la misericordia”. Per Leone XIV, la pace non è un sogno astratto ma una responsabilità quotidiana. La Chiesa, insieme ai giovani, può essere ponte tra le divisioni: educando alla cittadinanza globale e al dialogo, promuovendo la diplomazia dell’ascolto e non della forza, difendendo la dignità di ogni vita umana, anche nei contesti più feriti. 

In questo tempo fragile, i giovani si scoprono cercatori di senso. Non basta dire “no alla guerra”, occorre costruire un autentico “sì alla pace”. Dovremmo davvero capire la verità sulle guerre, scoprire le cause profonde, andare oltre i titoli. So che noi giovani non possiamo pensare di risolvere tutto da soli, ma possiamo contribuire. Non basta ricevere informazioni, dobbiamo saperle cercare, selezionare, interrogare.

È fondamentale sviluppare l’alfabetizzazione mediatica, usare strumenti (FactCheck.org, Snopes…) per verificare fonti, evitare fake news e avere un quadro più chiaro e obiettivo. Parlare di conflitti con amici, insegnanti o su forum come UNICEF Voices of Youth, dove giovani da tutto il mondo condividono esperienze reali e punti di vista diversi. 
Organizzazioni come UNOY Peacebuilders o Generations for Peace offrono percorsi per giovani che vogliono partecipare attivamente a iniziative di pace, dialogo interculturale, progetti artistici o sportivi con finalità di riconciliazione. Molte ONG sostengono l’istruzione e il supporto psicologico ai giovani nei campi profughi. Senza dimenticare i missionari che nel mondo vivono e lavorano per la pace 

Non dobbiamo guardare alla guerra come a uno spettacolo distante: possiamo diventare giovani ricercatori di verità, promotori di dialogo e portatori concreti di speranza con azioni semplici e consapevoli, aiutando chi soffre e imparando il valore della pace.



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