Templari di fine secolo
Pellegrini a cavallo nell'altipiano messicano
“Può accompagnarci, padre, al pellegrinaggio nella sierra, a San Martìn de Terros, nella piana, là oltre il fiume? Avremmo bisogno che ci accompagnasse un padre per le confessioni e per la Messa, come ogni anno. La nostra associazione pone a sua disposizione un buon cavallo. Vuole?". Così cominciò la mia partecipazione come cappellano dei pellegrinaggi degli "hombres de a caballo" che si organizzano frequentemente qui in Messico.
In questo paese è molto forte la pratica spirituale del pellegrinaggio: è una pratica antica che appartiene a molte religioni, che simbolizza un avvicinamento alla sfera del divino. Il fedele lascia indietro la vita quotidiana e si "avventura" superando difficoltà e affrontando la fatica di un viaggio, cercando di raggiungere una meta - che è il santuario - dove il fedele incontra Dio e se stesso.
È come la vita: un cammino che ci porta a conoscere e ad amare di più noi stessi, il prossimo e Dio. Il pellegrinaggio "in simbolo" vuole portare a scoprire quale senso ha la vita umana e quindi quali sono i valori dell'esistenza.
In Europa questa fu una delle pratiche principali della spiritualità cristiana, soprattutto laicale. Qui in Messico continua ad essere una devozione molto radicata nel cuore della gente. Potremmo dire che nei paesi dell’Europa quando l'individuo ha conflitti con se stesso va dallo psicologo; in Messico fa un pellegrinaggio. Qui quando la gente del popolo fa fatica a cogliere il senso della propria esistenza e sente il peso dell'incertezza e dei dubbi sulla propria vita, intraprende il cammino verso un santuario, a piedi o a cavallo.
Alcuni di questi viaggi durano anche un mese: sono sempre faticosi e comportano sacrifici per dormire, dove si riesce, generalmente, sotto le stelle del cielo messicano, quasi tutto l'anno limpidissimo, e per mangiare, come si può. Da qualunque parte del paese, e il Messico è grande sette volte l'Italia, partono pellegrinaggi al monte Tepeyac, il santuario della Madonna di Guadalupe, della quale ogni messicano cattolico è devotissimo; o verso altri santuari di importanza locale dedicati alla Vergine, a Nostro Signore o a qualche santo.
Fu così che cominciai ad accompagnare i pellegrini a cavallo nella nostra regione, il Bajio,. Un altipiano a 1750 metri sul livello del mare. Il primo di questi viaggi fu al santuario di san Martino di Tour, chiamato il san Martin Caballero, perché come sarà capitato a tutti di vederlo, è spesso rappresentato a cavallo, mentre con la spada taglia il mantello per darne metà ad un povero.
"Padre, si parte a mezzanotte: al primo tocco della campana si sellano i cavalli e al secondo ci troviamo davanti alla Chiesa per la benedizione". Alla mezzanotte ci sveglia il primo tocco: e siamo in piedi; alla luce delle pile cerchiamo i cavalli nel "corral"; ognuno conduce il suo, gli dà acqua, lo sella, gli mette il morso, sistema sulla sella le bisacce con il cibo per il viaggio. Mi hanno dato una cavalla di colore "retinto", un po' nervosa ma obbediente.
Al secondo tocco ci troviamo davanti alla chiesa: do la benedizione e ci avviamo. La meta è il santuario nella sierra dedicato a san Martìn, nella piana, là oltre il fiume. Lungo il cammino ci aspettano altri gruppi che si uniscono a noi. Il percorso attraversa la Sierra Madre Occidentale. Cavalchiamo senza parlare nella notte stellata messicana: il silenzio è grande; l'ululato di qualche coyote che fiuta il "piccolo puma", il volo di qualche rapace notturno; e su tutto, nel silenzio, la forte sonorità degli zoccoli.
Non c'è luna. Sorgerà solo qualche ora prima dell'alba. Il buio è quasi assoluto sui sentieri della montagna: solo dai ferri a contatto con le pietre escono scintille. Eppure i cavalli procedono spediti nei tratturi, nelle praterie, attraversano ruscelli e pietraie. Si tratta di "dar" loro briglia, perché cerchino soli il passo. L'aria che scende dal monte è fredda e porta gli odori del bosco.
Manteniamo i cavalli a un passo sostenuto e, a volte, al piccolo trotto; il galoppo qui sulla sierra sarebbe troppo faticoso. Così raggiungiamo il valico ai 2300 m. Incontriamo gente a piedi. Qualcuno perfino cammina scalzo: pensa che quanto è maggiore la sofferenza più grande sarà la purificazione e quindi la vicinanza e il favore di Dio.
Alle 6 del mattino verso oriente il cielo comincia a imbiancarsi. Raggiungiamo il fiume, e ci fermiamo presso un bosco di roveri per dar acqua ai cavalli e lasciarli riposare. Si accendono i fuochi dei bivacchi per riscaldarsi, preparare un caffè, mangiare qualcosa. Lì ci raggiungono altri gruppi a cavallo.
Cominciano le confessioni: vicino ad un fuoco, uno alla volta, si avvicinano i "charros", la frusta in mano e gli speroni che suonano contro le pietre. Sorge il sole, è ora di ripartire: montiamo a cavallo, guadiamo il fiume e ci mettiamo in colonna. Davanti la bandiera patria, poi la croce della cavalleria, poi quella della Madonna di Guadalupe e del Santo Padre.
La colonna conta ormai cinquecento cavalli e si incammina verso l'altopiano dove si erge in pietra rossa, e va via via ingrandendosi per chi scende dalla sierra, il santuario nella piana, là oltre il fiume. Davanti alla chiesa ci raggiungono altre tre colonne di cinquecento cavalli ciascuna che si dispongono a lato della nostra, nella piana: al centro c'è l'altare.
I sacerdoti presenti, uno per colonna, spingono il cavallo fuori dalle fila; sono in molti che a cavallo si avvicinano e si confessano. A mezzogiorno comincia la Messa: duemila cavalieri nella pianura sotto il sole innalzano canti possenti; tutti si scoprono il capo alla consacrazione; passando tra i cavalli portiamo la comunione ai molti che desiderano. La benedizione finale congeda tutti. Solo allora possiamo andare a prenderci cura dei cavalli e a mangiare qualcosa.
Il viaggio è stato faticoso: il freddo nella notte, la mancanza di sonno, il calore del sole di giorno. Tuttavia nei tratti dei volti, resi duri da una vita difficile, si scorge la sensazione di chi sente di essersi avvicinato a Dio e di poter contare di più su di Lui, "el Supremo Comandante", in questi giorni della nostra vita che passano veloci. Veloci come il galoppo dei cavalli. Fino all'ultimo fiume da passare. E di là, nella piana, oltre il fiume, d'improvviso, la Resurrezione.








