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Tanti auguri, papà!, Marzo: mese giusto per ricordare

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Sono passati tantissimi anni dalla morte di mio padre e mi è venuta voglia di fargli adesso gli auguri che non gli ho mai fatto quando era vivo. Negli anni della mia giovinezza non esisteva "la festa del papà"; e neppure "la giornata della donna"; e tanto meno "la giornata dei martiri missionari", anche se morivano ancor più numerosi di oggi.

Marzo, il mese che ci regala la primavera come un nuovo inizia di vita, porta alla ribalta queste giornate come occasioni per riflettere, ricordare, ringraziare, e anche per chiedere perdono.

La festa della famiglia

A mio padre non sarebbe piaciuta una festa soltanto per lui, o soltanto per la mamma. Avrebbe preferito celebrare "la festa dei genitori": lei e lui insieme, un cuor solo e un'anima sola. Ma allora la festa dei genitori non c'era; e non mi risulta che ci sia ora. Eppure la famiglia esisteva, anche se più povera, piena di fatiche e di tribolazioni, colma di preoccupazioni e di dolori.

In quegli anni c'erano famiglie forti e unite, che davano sicurezza ai figli e che educavano all'impegno; che facevano scontare la gioia di vivere e superare la disperazione del morire; che educavano alla giustizia sociale, all'amore per i poveri e gli umili, al rispetto di tutti.

"Ho pianto per il Papa"

Ero ancora bambino, ma ricordo una grande foto, tenuta nascosta dentro un armadio dei miei genitori, sotto lo biancheria: era l'immagine di Giacomo Matteotti, il deputato socialista ucciso dai fascisti. Sulla fotografia erano scritte queste parole che io non ho più dimenticato: "Ucciderete me, ma l'idea che è in me non la ucciderete mai".

Mio padre non era un uomo di chiesa, ma amava mia madre, che era una donna di fede e di preghiera. Per questo rispettava, anzi stimava e onorava gli autentici ministri di Dio. Quando morì papa Giovanni XXIII mi scrisse in Bangladesh, dove ero missionario da tre anni: "Ho pianto per la sua scomparsa!".

Vero missionario nel cuore

Ricordo, quando entrai in seminario a 14 anni, mi disse: "Sei libero di fare quello che desideri, ma impegnati seriamente!". E quando, dopo sette anni, alla fine del liceo, gli confidai il mio desiderio di lasciare il seminario per entrare tra i missionari saveriani, mi rispose testualmente: "Sono contento che hai scelto i più poveri; mi dispiace solo per tua mamma che soffrirà molto per la tua lontananza". Ma anche mia mamma disse di "sì" e fu una festa per me.

Durante il noviziato a Ravenna e ancor più a Parma durante gli studi teologici, mio padre veniva spesso a trovarmi e mi diceva: "Qui con voi mi sento in paradiso!". E non aveva nessun freno nel testimoniare la sua gioia e la sua fierezza di avere un figlio missionario. Due stati d'animo che ha dimostrato soprattutto in occasione della mia ordinazione sacerdotale e della prima Messa, sia a Gualtieri (RE), suo paese natale, sia a Salina, Casaletto e Buzzoletto, i paeselli della mia infanzia.

Però, quando partii dal porto di Genova per il Bangladesh, tra i numerosi compaesani che erano venuti a salutarmi, lui non c'era. Era rimasto a casa a far compagnia alla mamma. Ed è stato meglio anche per me, perché in quei momenti ho sperimentato quanto è vero il detto: "Partire è un po' morire".



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