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In occasione del 45° anniversario di missione in Bangladesh, voglio innalzare con voi un canto di lode al Signore per il bene che si è degnato di operare attraverso di me. In marcia verso i miei 83 anni di età, pensieri di eternità si affacciano sempre più frequenti alla mente: vivere intensamente il presente diventa gioiosa attesa per l’incontro con l’Amen!

Trovo in questa avventura di fede una costante che lega insieme tutti gli avvenimenti: l’entusiasmo per la missione, che si presenta per altro sempre con nuovi risvolti, nuove sfide ed esige quindi una novità di vita attuale. Il terreno privilegiato della mia missione è stato quello degli ultimi, degli esclusi. In particolare, di quelli che, con termine legato alla tradizione millenaria di questa cultura, sono chiamati Muci. Il mestiere dei loro antenati era quello di scuoiare carogne di animali, conciarne le pelli e poi venderle a coloro che, senza sporcarsi le mani, ne ricavavano lauti guadagni. Questo mestiere, insieme a tanti altri, era ed è considerato ancora impuro per chi lo esercita e imprime un marchio indelebile.

Anche se in Bangladesh la popolazione è in stragrande maggioranza musulmana, questa stratificazione culturale di casta, sotto-casta e fuori-casta segna ancora profondamente la società. Persino la distribuzione logistica della popolazione rispecchia questa struttura mentale. A livello di villaggio, il fenomeno è ancora ben marcato e visibile. Per esempio la para (raggruppamento di case) Muci occupa sempre la zona più malsana e vulnerabile (specie in occasione di cicloni), dove, spesso, manca anche la strada di accesso.                                

La scelta dei Muci ha caratterizzato fin dall’inizio la mia attività in Bangladesh, fino al punto da venir identificato come Mucider Father (il Padre dei Muci). Tutto cominciò con quei 12 anni di immersione nella realtà di Borodol sulla riva del Kopotokko, diventato un po’ il fiume della mia vita: 12 anni senza elettricità, al lume della lampada a petrolio, senza telefono, catapultato in un mondo fuori dalla dimensione storica. Dai miei appunti di diario, in data 30 settembre 1979, leggo poche righe: “Questo fine settembre se ne va e si porta via il mio 40mo compleanno: coscienza di debolezza in questo punto di guardia al limite del coraggio e della umana possibilità. Può Dio colmare sempre questa solare solitudine? Mio Dio tu sei tutto per me e il mio timore è soltanto per la mia debolezza e non certo per te”.

Ad eccezione dei due anni in cui mi venne affidata la direzione della missione di Bhoborpara, nella zona nord della diocesi di Khulna, e i quattro come superiore regionale dei Saveriani, il resto dei 45 anni li ho trascorsi annunciando il vangelo di salvezza ai fuori-casta. Dal 2001 mi trovo a Chuknagar, una missione fondata 42 anni fa da p. Luigi Paggi. È il centro di una zona con una larga concentrazione di fuori-casta, che qui sono registrati all’anagrafe con il titolo di Das. In lingua bengalese, significa schiavo, servo. Il nome stesso li identifica, come un marchio indistruttibile. Ho già narrato a più riprese la mia esperienza a Chuknagar, che ha avuto il suo momento culminante il 28 ottobre 2011 con l’inaugurazione della chiesa, intitolata a Maria, Regina dei Poveri e del Training centre, intitolato a S. Guido M. Conforti, fondatore dei saveriani. In quell’occasione 72 adulti ricevettero i sacramenti della iniziazione cristiana dopo un percorso catecumenale di alcuni anni.

Ogni anno, con una certa enfasi, celebriamo come momenti forti di coscientizzazione, due date particolarmente significative: il 10 dicembre, Giornata mondiale dei diritti umani ed il 21 marzo, Giornata mondiale contro le discriminazioni razziali. Il 10 dicembre 2006, durante la celebrazione, ho esordito così: “Dopo questi anni trascorsi con voi, penso di avere acquisito anch’io il diritto di chiamarmi Das”. Ho visto brillare negli occhi di tutti una luce inesprimibile a parole. Fu allora che il silenzio fu interrotto da uno scroscio di applausi. Così, da quel giorno al mio nome e cognome ho aggiunto Das e mi firmo sempre Antonio Germano Das.

Alcuni mesi fa, vi ho parlato del mio “ultimo sogno”. Si tratta di un progetto che porta il nome di “Duronia Project” e vuole realizzare il sogno di portare le Suore di Madre Teresa nella missione di Chuknagar, come accaduto nel 1989 per la missione di Borodol. La prima fase è stata realizzata. Il terreno, dove sorgerà la casa delle suore, è stato acquistato. Era una risaia ed è stato portato a livello della strada. Manca ora la fase finale: la costruzione della casa! Purtroppo la guerra in Ucraina fa sentire i suoi effetti anche qui in Bangladesh con la lievitazione dei prezzi. Ma la speranza è sempre viva!



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