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Sierra Leone 1950-2000: sulle orme del Saverio

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Tema del "Paginone" di questo numero: "50 Anni fa la prima missione dei Saveriani in Africa"

Cacciati dalla Cina, dove avevano lavorato per oltre sessant'anni e fondato le diocesi di Chengchow e Loyang, i Saveriani dovettero cercare nuovi lidi ospitali per continuare l'opera progettata quattro secoli prima dal loro patrono Francesco Saverio.

Sulla rotta verso le Indie, il santo avrà fatto anche lui una sosta presso i Temne e gli Shabro della Sierra Leone i cui villaggi, disseminati lungo l'estuario del fiume Rokel, assicurano ai velieri europei un rifugio, un'abbondante riserva d'acqua e altre provviste (spesso anche schiavi) prima di riprendere il viaggio verso il Capo di Buona Speranza.

sierra leone vito Nell'estate del 1950 i quattro pionieri della prima avventura saveriana in Africa ripercorrono la rotta atlantica del Saverio. Una nave mercantile deposita i missionari Calza, Olivani, Stefani e il decano del gruppo Azzolini sulla panchina del porto di Freetown, dove sono ad attenderli il vescovo Kelly e i missionari dello Spirito Santo. Pochi mesi più tardi vengono destinati alla Provincia del Nord della Sierra Leone per dissodare un territorio vasto quanto la Lombardia e quasi interamente islamizzato.

I miracoli della prima ora

A Lunsar, centro minerario della regione e a Makeni, sede degli uffici della colonia inglese, i missionari italiani trovano un timido manipolo di cristiani e tanti progetti di scuole primarie e secondarie da realizzare; inviati in quella regione - refrattaria ad influenze etniche e culturali esterne, tanto che molti avevano commentato: "Vanno solo a perdere tempo!" - per rispondere all'appello di alcuni capi tribali educati nelle scuole missionarie di Bo e di Freetown, che desideravano estendere il beneficio dell'istruzione anche ai loro villaggi.

Si mettono subito all'opera, e in pochi anni fondano centinaia di scuole, ospedali, dispensari e Centri Professionali. Sorgono anche gruppi di catecumeni, Centri Parrocchiali e un seminario dove formare i giovani candidati al sacerdozio. Arrivano in seguito altri Saveriani; sorgono nuove istituzioni con i Giuseppini del Murialdo, i Fatebenefratelli, i Salesiani e i Volontari Laici per la formazione della gioventù, le coraggiose e intraprendenti suore di S.Giuseppe di Cluny, del S.Rosario, di Notre Dame, le Clarisse messicane, le Saveriane e le missionarie della Carità di Madre Teresa che si dedicano alla formazione e alla promozione della donna, all'insegnamento nelle scuole, alla cura dei poliomielitici e degli audiolesi, all'assistenza dei più poveri della società.

Quando nella primavera del 1987 il vescovo Azzolini passa il testimone a mons.Giorgio Biguzzi, la diocesi di Makeni conta già tremila cattolici, distribuiti in dieci centri parrocchiali e innumerevoli stazioni missionarie. Frequentano le 350 scuole primarie, le 35 secondarie e il College di Makeni quasi tredicimila studenti. L'ospedale di Lunsar e i dispensari di Makeni, Kambia e Kalamba sono tra i più apprezzati del Paese, assieme ad una rete di cliniche mobili per il servizio a domicilio dei malati di lebbra, dei bambini poliomielitici e portatori di handicap.

A ragione il Presidente della Sierra Leone dott. Shanka Stephen, assegnando al vescovo Azzolini la più alta onorificenza dello Stato, il "Rokel" dei benefattori illustri, dichiara con sincera ammirazione: "Voi avete fatto miracoli nella Provincia del Nord".

Dalla cenere nasce la speranza

Nell'autunno del 1985 l'ottuagenario Pa Shiaca Stevens, come il Presidente era affettuosamente chiamato dalla gente, cede il potere all'ex Capo di Stato Maggiore Joseph Momo, che sembra incapace di risolvere i gravi problemi da cui afflitto il Paese. La situazione diventa sempre più critica e provoca un succedersi di colpi di stato, di governi militari improvvisati e corrotti, guerriglia e rivolte militari che fanno precipitare la Sierra Leone nel baratro della guerra civile e nelle efferatezze a cui il mondo sta ancora assistendo con orrore.

Il nuovo vescovo di Makeni, Giorgio Biguzzi, eredita una Chiesa già sufficientemente adulta, bene organizzata e vivace nelle sue molteplici realizzazioni, ma anche condizionata da un passato che guarda al nuovo con una certa diffidenza. I pionieri che avevano portato nel Nord considerevoli contributi innovativi in campo scolastico, religioso e sociale sono ancora sulla breccia, stimati e onorati ovunque, sia dai cristiani che dai musulmani. La diocesi conta 7 preti autoctoni e una trentina di seminaristi. Nel 2000 saranno più del doppio.

Su questi figli privilegiati della Sierra Leone il vescovo Biguzzi impegna tutta la sua opera di pastore per assicurare un futuro senza traumi alla sua Chiesa minacciata dall'incalzare di una rivoluzione che sembra mettere in discussione tutti i valori etici e culturali del passato. E quando la guerra civile cancella impietosamente più dell'80% delle opere della Chiesa Cattolica, il vescovo sostiene e incoraggia le nascoste comunità cristiane ancora vive nei villaggi, nelle foreste e nei campi-profughi; mette al sicuro i suoi preti e i giovani seminaristi, i missionari, le religiose e i religiosi che hanno spesso testimoniato con la prigionia, con le sofferenze fisiche e morali e con la stessa vita la loro fedeltà a Cristo e al servizio dei fratelli.

Attraverso la radio e con ogni altro mezzo cerca di convincere i combattenti dei vari fronti a desistere dai loro insani propositi e accetta di costruire e guidare una delegazione di capi religiosi per convincere i rivoltosi ad una tregua, facilitare i negoziati di pace e promuovere la riconciliazione del Paese. Continua intanto ad appellarsi alle nazioni perché non dimentichino la Sierra Leone bisognosa di interventi umanitari e politici urgenti, di aiuti mirati per salvaguardare le sue ricchezze e consentire a questo piccolo Paese dell'Africa di risorgere dalle rovine e guardare serenamente al futuro.

Accompagnando a Roma una delegazione di bambini-soldato per il Giubileo 2000, richiama infine l'attenzione del mondo sulle migliaia di piccole vittime dell'odio e della violenza che occorre riscattare, rieducare e riconsegnare alle loro famiglie perché tornino ad una vita e ad una infanzia normali, ai giochi, ai sogni e alla scuola dei loro villaggi.

Una ventina di Saveriani, tra i quali alcuni intrepidi e irriducibili missionari della prima ora, hanno già fatto ritorno in Sierra Leone.

Cinquant'anni dopo, il miracolo continua.



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