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Sacerdote da 25 anni: In ginocchio, davanti al dono della vita

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Padre Rosario, salernitano di origine e formazione, è ora rettore della comunità saveriana di Brescia. Fa una riflessione sui suoi primi 25 anni da sacerdote missionario. La comunità di Salerno, si unisce a padre Rosario nella preghiera di ringraziamento e gli esprime gli auguri più vivi e fraterni per un continuo servizio alla missione e alla famiglia saveriana.

Penso sia una cosa bella raccontare la propria vita per mostrare le meraviglie che Dio compie in noi. Sento il dovere di ringraziarlo per la gioia di questi 25 anni di sacerdozio, che mi ha concesso di vivere con gioia.

La nostra vita è “in gestione”

Sono figlio di una famiglia normale, bella, che mi ha dato il gusto della vita e del lavoro fatto con serietà. Durante l’adolescenza, ho iniziato un cammino personale, lento e a volte faticoso, nel gruppo giovanile dei missionari saveriani di Salerno.

Desideravo un’esistenza agiata, magari camuffata dall’impegno socio-politico dei turbinosi anni del dopo ’68. Ma sentivo dentro di me l’invito a non vivere nella superficialità il “mistero della vita”. Alla fine, ho sentito Gesù venirmi incontro. Egli mi ha parlato e mi ha preso dalla mia città, dall’università e dai miei affetti, per condurmi lungo il suo sentiero di vita.

Negli otto anni di formazione missionaria, tra Parma e Indonesia, ho imparato a “mettermi in ginocchio” davanti alla vita, con un atteggiamento di rispetto e di ascolto del mistero che ci avvolge. Ho scoperto che non basta dire: “io credo”. Bisogna accettare la vita che ci accoglie e che ci è data “in gestione” da Dio perché da essa possano scaturire “fiumi d’acqua viva” per tanti fratelli che sono in attesa.

La missione tra i giovani

Nel 1980 sono stato ordinato sacerdote. Era il giorno della festa del patrono di Salerno, san Matteo: il 21 settembre. Sono stato subito destinato al servizio di animazione missionaria tra i giovani di Salerno. Nonostante la sofferenza di non essere in “missione”, ho sperimentato la gioia di far vedere a tanti giovani la presenza di Cristo risorto nella vita degli uomini e della società. Ho cercato di far conoscere loro il volto di Dio, che si era accostato a me con la sua presenza e il suo messaggio, fonte di vita e di speranza. Cercavo di far sperimentare loro il vangelo come una cosa bella. Ripetevo spesso che c’è tanta gente che non lo conosce, e questo non può lasciarci indifferenti.

Ringrazio Gesù risorto perché, in otto anni passati a Salerno, vari giovani hanno cominciato a parlare la lingua del Padre, a camminare con lui come figli di Dio e a dire il loro “sì” alla vita. Alcuni sono diventati laici impegnati nella società e nella chiesa; altri si sono consacrati alla missione in varie parti del mondo.

In seguito, mi è stato affidato un incarico nella direzione dei saveriani in Italia. È stato un compito difficile. Per sei anni ho scoperto tanti miei limiti, ma anche la bellezza di essere onesti servitori della famiglia saveriana.

Colombia, esperienza di vita

Finalmente, nel 1996, ho avuto la gioia di partire per la Colombia ed essere missionario tra gli afro-colombiani. Ho vissuto in comunità con confratelli di tre nazioni diverse. Giorno dopo giorno, ho scoperto che il vero tesoro della Colombia è la sua gente. Le sofferenze e le speranze di quel popolo, come pure la lotta comune per costruirsi una dignità, mi hanno avvinto con un legame profondo. Leggendo il vangelo nelle piccole comunità, abbiamo imparato insieme la saggezza della fede che conduce alla vita. Durante gli incontri, abbiamo scoperto che la diversità è ricchezza.

Da loro ho imparato la spontaneità e la gioia della vita. Ho capito che la vita è un dono. L’ho capito più in Colombia che in Italia. Nonostante la violenza e la morte, sentivo la festa della vita. Il senso religioso è forte; dappertutto si respira la presenza di Dio. Le parole di Gesù, “avevo fame, avevo sete, ero nudo…” sono diventate piene di senso e di calore; così diverse dal cuore freddo di noi “ricchi”. La Colombia è stata un'esperienza forte di amore.

Vertigini da alta quota

Dalla Colombia, i superiori della famiglia saveriana mi hanno richiamato in Italia, per lavorare nella comunità di Brescia. Qui è davvero un altro mondo. I tempi sono serrati; tutto è programmato e concreto; ogni giorno ci sono scadenze e impegni da prendere... Ma ogni mattina, quando celebriamo l’Eucaristia, sento il Signore Gesù che mi dice: “la vita te la do in gestione, non è tua. Tu continua a camminare, insieme ai tuoi fratelli…”.

In questi tre anni in Italia, ho scoperto che le “ideologie” del nostro mondo sono fragili e rendono fragili. Ogni giorno, con i confratelli impegnati in questo importante centro editoriale dei saveriani, tocco con mano la possibilità di varcare i limiti dello spazio e del tempo. Gli uomini e i popoli sono destinati a stare l’uno accanto all’altro; non possono restare divisi; sono provocati dalla storia del nostro tempo a sentirsi parte gli uni degli altri.

Però, senza una mistica eucaristica dove l’uomo si incontra con l’altro, è impossibile creare quel mosaico di umanità che siamo chiamati ad essere; è impossibile fare del mondo una famiglia. Nell’Eucaristia, Cristo si dona a tutti come Parola e Pane della vita. Qui noi percepiamo che l’uomo è nato da Dio e torna a Dio.

Queste, forse, sono visioni, respiri e vertigini da alta quota.

Ma con l’aiuto della vostra preghiera, speriamo di continuare a camminare con voi, verso Dio e verso l’umanità.



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