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Sono partita con il solo desiderio di vivere una cultura differente dalla mia, lasciandomi trasportare da uno stile di vita diverso da quello del mio paese, Macomer, in Sardegna. In realtà, il sogno di partire per una missione lo nutrivo fin da bambina. La decisione concreta è arrivata in un periodo in cui sentivo l’esigenza di oltrepassare gli schemi quotidiani, rimettermi in gioco e affrontare una realtà nuova. La vera sfida era combattere la paura dell’ignoto, andare oltre i pregiudizi e i falsi miti. Così, eccomi in Sierra Leone, nazione che associavo solo alla guerra e ai bambini soldato. Proprio lì, ho compreso quanto il nostro sguardo sia spesso costruito sulla distanza, sui racconti degli altri, su una narrazione incapace di restituire davvero la complessità umana di certi contesti. In Africa, ho iniziato a comprendere la vera essenza delle cose: lontano dalla frenesia e dalla routine meccanica. Ho appreso dai sierraleonesi il valore del vivere “small small”, un passo alla volta. È un modo di abitare il mondo con pazienza, semplicità e presenza, liberi dall’ossessione della corsa continua. I ragazzi vivono appieno il presente, senza lasciarsi sopraffare dall’ansia del futuro. Questa stessa dimensione si riflette nel loro profondo senso di comunità. L’individuo non esiste da solo, ma si riconosce dentro una rete di relazioni, protezione reciproca e appartenenza. La condivisione è il pilastro fondamentale. Si condivide tutto: non solo i beni materiali, ma la vita di ogni giorno, i momenti di festa o debolezza, le vittorie e le sconfitte.
Persone di fedi differenti convivono e collaborano nella vita di tutti i giorni. Mi ha colpito, inoltre, la presenza di diverse comunità cristiane nate e cresciute grazie al lungo lavoro missionario dei Saveriani. Il loro impegno ha lasciato relazioni profonde e una testimonianza di dialogo, accoglienza e servizio che le persone continuano a tenere viva ancora oggi.
Questa esperienza di missione ha significato soprattutto donarmi agli altri, offrire la parte più vera di me. Ho capito che aiutare significa prima di tutto esserci. Ho imparato ad agire senza pretendere un risultato immediato. Ho compreso che l’appagamento personale, se diventa il centro dell'azione, rischia di allontanarci dal vero obiettivo. Ho cambiato il mio modo di abitare il mondo e condividere la quotidianità, anche lontano da casa.



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