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Silvia Romano, dopo un anno e mezzo, è stata liberata… Diamo spazio allo sfogo di pianto e di gioia di Cristina Palumbo che ha vissuto, in un altro paese, gli stessi valori di amore e solidarietà della volontaria Silvia.

Quando Silvia Romano è stata rapita, leggendo e cercando di capire come fosse successo e dove abitasse, ho pensato agli anni trascorsi in Bangladesh con i “miei” bambini e ragazze (che oggi mi hanno chiamato per farmi gli auguri della festa della mamma, un risveglio per me meraviglioso… Quanto mi mancano!). Non sempre ero insieme ad altri italiani, anzi direi proprio il contrario. Ma, per me, vivere il quotidiano con loro, sia nella capitale che nel villaggio, mi dava serenità e sicurezza. Si cerca sempre di stare attenti, rispettando il più possibile ciò che ti circonda, ma alla fine ti adatti a quello stile di vita.
Quando si seppe di questo rapimento, ricordo ancora le parole orrende e vergognose dette da chi ama stare comodamente seduto dietro una scrivania (di qualsiasi tipo) solo a criticare: “Se l’è cercata, poteva aiutarli da casa sua, ora sai quanto ci costa…” e tante altre varie schifezze. Immagino il doppio dolore dei familiari che hanno dovuto subire anche queste angherie. Ho pensato che, al suo posto, avrei potuto trovarmici io o chiunque altro che della sua vita decide di donarla agli altri “aiutandoli a casa loro” (la famosa tesi populista).
In questi 18 mesi spesso mi è capitato di pensarla e sperare che potesse essere ancora viva, ma sinceramente ho sempre temuto tanto. Nel leggere la notizia alle 17,30 di domenica 10 maggio “Silvia Romano è stata liberata”, ho pianto di gioia. Era un pianto liberatorio. Bentornata a casa.



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