Primo vescovo di Makeni, Binomio: sacerdoti, catechisti locali
Diceva mons. Azzolini: "Verrà un giorno che anche Makeni avrà il suo vescovo e sarà un vescovo africano". In realtà, un vescovo africano era ancora una visione del futuro, ma già si prospettava un vescovo per Makeni. Infatti, dopo solo dodici anni da quando i saveriani avevano iniziato la missione, la prefettura apostolica fu elevata a diocesi. Era il 24 febbraio 1962 e padre Azzolini ne fu nominato vescovo.
Un'ottima semina
In linea con il suo programma pastorale, l'11 febbraio 1956, dopo soli sei anni dall'arrivo in missione, mons. Azzolini decise di fondare un seminario, perché la Sierra Leone avesse presto i suoi sacerdoti. Quando, dopo 37 anni di apostolato, egli si ritirò da Makeni, i preti locali erano sei e altri seminaristi erano già vicini alla meta. Oggi sono 27, più uno defunto; uno è vicario generale e tutti sono ben preparati culturalmente. I cristiani cattolici, da poche decine, avevano superato le 20mila unità. Alcuni avevano conseguito impieghi di prestigio e altri erano attivi in politica.
La seconda idea fissa del vescovo erano i catechisti. Gli stessi maestri, divenuti cattolici, si impegnavano a trasmettere la fede. Clero locale e catechisti: sono questi i due piloni su cui è stata fondata la chiesa locale. Per la collaborazione del laicato, mons. Azzolini fece nascere varie associazioni: la legione di Maria, la San Vincenzo de Paoli, il movimento studenti cristiani, l'associazione dei chierichetti. In questo modo mons. Azzolini voleva far penetrare il vangelo nei cuori e nelle abitudini degli africani.
Missionari di se stessi
Al sinodo dei vescovi del 1974 sull'evangelizzazione, mons. Azzolini fu delegato a presentare un messaggio scritto a nome dei vescovi di Liberia, Sierra Leone e Gambia. Scrisse: "Noi portiamo un messaggio che non è né occidentale né orientale, ma di origine divina. Naturalmente lo portiamo rivestito della nostra cultura... Occorrono vescovi e sacerdoti autoctoni perché il messaggio evangelico possa innestarsi nella loro mentalità, nelle loro tradizioni, conservando la sua integrità". Era la sua convinzione profonda.
Lo scritto del vescovo Azzolini, suscitò qualche critica per aver usato la parola "cultura", non in senso antropologico. Del resto, tale senso appare nei dizionari solo dopo il 1950. Terminologia a parte, nel suo cuore mons. Azzolini anticipava i tempi. Solo alcuni anni dopo, nel 1979, Paolo VI, pellegrino in Uganda, invitava gli africani a essere i missionari di se stessi.
Nel cuore degli africani
Desidero accennare ad alcune caratteristiche della personalità del missionario mons. Azzolini. La fede fu la molla di ogni sua attività, e la fiducia in Dio la forza che lo ha sostenuto nelle più gravi difficoltà. L'amore verso i suoi collaboratori e verso gli africani fu il segreto della sua attrattiva e del suo successo.
Come pastore di una chiesa, egli fu un magnifico catalizzatore delle forze di apostolato che erano state poste nelle sue mani. Con bontà e comprensione seppe tenere insieme e far lavorare, in una comunione di spirito ammirevole, individui differenti per provenienza, temperamento, formazione e mentalità. Riuscì a conquistare il cuore dei suoi missionari e a far sì che collaborassero esprimendo il massimo delle loro capacità.
Soprattutto si era conquistato il cuore degli africani. I bambini della strada gli gridavano "padre, padre!". Gli adulti lo ammiravano e le autorità pubbliche lo stimavano e onoravano. Le più belle parole di elogio, sentite anche in occasione della presentazione del libro di padre Amedeo Ghizzo "Augusto Azzolini. Da Roccabianca a Makeni", sono state quelle pronunciate dal sindaco di Makeni e dagli altri africani venuti dalla Sierra Leone. Il prezioso e ben documentato volume di padre Ghizzo farà conoscere meglio lo spirito, il cuore e l'attività apostolica di mons. Azzolini.
A conclusione voglio ripetere ciò che ho scritto di lui, poco dopo la morte: "Se un vescovo si misura dalla sua pastoralità, dobbiamo dire che mons. Azzolini fu un grande vescovo".
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