Primo sinodo dell'Oceania
A Roma stato celebrato, alla fine dell'anno 1998, il primo Sinodo dei Vescovi dell'Oceania. Le giovani Chiese del continente si impegnano nell'opera di evangelizzazione e promozione umana tra innumerevoli sfide: isolamento geografico, complessità dell'ambiente multiculturale e multireligioso, confusione provocata dal pullulare delle sette fondamentaliste, diversità delle condizioni socioeconomiche delle popolazioni e scarsità di aiuti.
Un insieme di Chiese sorelle che chiede solidarietà, divise tra l'Australia e migliaia di isole sparse nell'Oceano Pacifico e che, nonostante le distanze dal "resto del mondo", condividono gli stessi problemi che assillano le Chiese continentali. Nel continente vivono 28 milioni di persone; i cattolici sono poco più di 8 milioni. I Padri presenti al sinodo erano 154, di cui 82 vescovi, molti dei quali autoctoni.
Ecco alcuni stralci della relazione di apertura del Sinodo presentata da mons. Barry James Hickey, arcivescovo di Perth, Australia. (I titoletti sono redazionali).
La missione in Oceania
In tutte le nazioni dell'Oceania, i missionari hanno raggiunto popoli tradizionali che già possedevano un profondo senso religioso e una varietà di pratiche di culto pienamente integrate nella loro vita quotidiana e che permeavano profondamente le loro culture.
Essi hanno portato la fede, ma hanno anche introdotto elementi legati alla propria cultura.
Pertanto occorre valutare con grande attenzione gli effetti dell'impegno missionario sulle popolazioni locali, per vedere ciò che del Vangelo e ciò che non lo è. Non compito facile, dati i prolungati effetti della colonizzazione. In Nuova Zelanda, e ancor più in Australia, le politiche di immigrazione post-coloniali hanno fatto sì che le popolazioni indigene diventassero una minoranza nel proprio Paese e, per molti aspetti, una minoranza diseredata.
L'evangelizzazione
La parola "evangelizzazione" entrata a far parte degli argomenti di conversazione dei cattolici solo negli ultimi trent'anni. Rappresenta una visione particolare dei cattolici nel diffondere la Buona Novella. Uno dei compiti di questo Sinodo sarà quello di riflettere sulla nostra chiamata ad evangelizzare e di chiederci fino a che punto siamo riusciti a svolgere tale compito.
Dovremo chiederci in che cosa consiste la Buona Novella, a chi essa indirizzata e chi ha il compito di proclamarla.
Che cos'è la Buona Novella?
Coloro che hanno un atteggiamento critico nei confronti della Chiesa, dentro e fuori di essa, l'hanno accusata di avere poche Buone Notizie da offrire, mettendo in discussione la sua importanza nell'età moderna. Chiedono cosa rappresenti la Buona Novella della Chiesa per quanti sono vittime della miseria, in cosa consista la Buona Novella per coloro i cui matrimoni sono falliti, oppure per i giovani che devono far fronte alla disoccupazione o a una vita senza amore nelle strade, stretti nella morsa della cultura distruttiva della droga.
Accusano la Chiesa di optare per una vita confortevole e protetta all'interno dei ghetti parrocchiali o delle comunità ecclesiali, lontana dalla realtà della vita delle persone. Dovremo esaminare tali accuse: vero che ci concentriamo troppo sulla vita interna della Chiesa, sulla liturgia, sulle strutture educative, sul mantenimento dei servizi essenziali nelle parrocchie, sulla lotta per la difesa dei diritti e dei privilegi della Chiesa?
La sfida della modernità
Il modo in cui la Chiesa deve relazionarsi alla modernità e al secolarismo ha suscitato opinioni diverse, persino conflittuali, nella preparazione al Sinodo: c'è chi suggerisce di diventare amici della modernità, che la Chiesa colga i valori positivi che l'era moderna contiene, quali l'insistenza sui diritti umani, il rifiuto delle forme non democratiche di governo, il desiderio di debellare la povertà, le campagne contro il terrorismo e la tortura, la spinta verso un'educazione universale, la richiesta di alti livelli di qualità nel campo della salute, la tutela dell'ambiente ed una rete di sicurezza di salari minimi affinché tutti possano vivere dignitosamente.
Oggi numerose voci si levano a favore di una decentralizzazione del potere e dei processi decisionali e affinché i giudizi morali vengano lasciati all'individuo. Altri invece insistono sul fatto che la Chiesa deve esercitare la propria autorità morale se non vuole che i suoi fedeli vengano ingannati dalle false promesse di modernità e condotti fuori strada.
I laici
L'emergere di guide laiche rappresenta una caratteristica della Chiesa moderna, sia nella nostra regione che nel resto del mondo. Mentre non va sottovalutato il ruolo dei sacerdoti e dei religiosi, oggi il ruolo dei laici va definendosi più nitidamente. Chiarendo il ruolo dei laici, infatti, anche quello dei sacerdoti e dei religiosi risulterà meglio definito. I laici sono chiamati a cambiare il mondo come il lievito che fa fermentare la pasta. Questa affermazione ci deve far comprendere quanto i laici abbiano bisogno dell'incoraggiamento e del sostegno della Chiesa da parte dei suoi capi e delle sue comunità.
Giustizia sociale
Vi sono scottanti questioni di giustizia sociale in ogni Paese rappresentato in questo Sinodo, connesse alla povertà, alla disoccupazione, alla disgregazione del nucleo familiare, allo sfruttamento fisico e sessuale dei bambini, alla mancanza di rispetto per la vita, alla condizione di inferiorità delle donne, all'abbandono dei giovani, al problema della droga, allo sfruttamento dei lavoratori, alle politiche delle grandi multinazionali, alla distruzione dell'ambiente e così via. Una delle questioni che deve ancora essere debitamente considerata concerne i diritti dei popoli indigeni, soprattutto in Australia e in Nuova Zelanda. Finora il giusto ruolo che le popolazioni indigene dovrebbero avere nella comunità ecclesiale stato solo parzialmente preso in considerazione. La Chiesa chiamata ad esaminare le proprie strutture per accertarsi di essere veramente un modello di ciò che promuove nel mondo.








