Piccola risposta ad un grande problema
Da circa un anno e mezzo, nella comunità parrocchiale “San Francesco Saverio”, nella baixada del quartiere Marco a Belém, in Brasile, abbiamo avviato un’esperienza di Terapia comunitaria integrativa (TCI), un approccio genuinamente brasiliano, semplice ed efficace alla sofferenza delle persone. C’è una frase che riassume molto bene la sostanza di questa proposta: “Quando la bocca tace, il corpo si ammala. E quando la bocca parla, il corpo guarisce”. L’ha pronunciata lo psichiatra, teologo ed antropologo Adalberto de Paula Barreto, creatore di questa terapia nel 1987.
Probabilmente, vi starete chiedendo cosa c’entri la TCI con la missione di annunciare il Vangelo di Gesù in un quartiere periferico di una grande città come Belém. Ricorderete senz’altro una delle immagini più simboliche con cui papa Francesco parla della Chiesa: un ospedale da campo che accoglie e cura tutte le sofferenze delle persone. Ebbene, uscivamo da una pandemia gravissima e pesantissima. Solo in Brasile, ha lasciato settecentomila morti. Quelli ufficiali, poiché molti non sono entrati nel bilancio del governo. Non è difficile immaginare le conseguenze che questo evento catastrofico ha provocato nelle persone, nelle famiglie e più in generale in tutti gli ambiti della vita sociale.
Nella comunità cristiana, quando abbiamo potuto riprendere la normalità, la gente, soprattutto durante le confessioni, non accusava peccati da farsi perdonare, ma raccontava di sofferenze acute e laceranti soprattutto in riferimento alle relazioni, di angosce incontrollabili, di abissi di depressione, di paure paralizzanti e di tristezze che toglievano la voglia di vivere. Si percepiva un grande desiderio di ascolto e consolazione, la volontà di uscirne e il senso di impotenza spesso causata dalla solitudine e dall’isolamento.
Cosa potevamo fare, come comunità di discepole e discepoli di Gesù per dare una risposta a questo disagio, alla luce della compassione che il Maestro ci insegnava (“Vide la folla e ne ebbe compassione…”)? Chiamare uno psicologo? Sarebbe stato poco per tanta gente sofferente e bisognosa. Mentre stavamo cercando una possibile risposta, qualcuno ci parlò della TCI, di questa proposta di terapia fatta in gruppo, basata sull’incontro tra le persone, la condivisione delle esperienze di sofferenza e la costruzione di reti di legami solidi tra le persone, che favorisce la nascita e il rafforzamento di reti di aiuto.
Ci siamo messi al lavoro. La TCI non è stata un’improvvisazione. Non si può improvvisare con la sofferenza delle persone. Avviarla ha richiesto, prima di tutto, una lunga preparazione di circa dieci mesi, fatta di studio, incontri, esperienze, tirocini ed accompagnamento puntuale di “esperti”. Alla fine del corso eravamo 23 terapeuti, formati e desiderosi di condividere ciò che avevamo imparato.
Come si svolge la TCI? Ogni incontro (roda) dura al massimo un’ora e mezzo. Inizia con l’accoglienza dei partecipanti, segue una dinamica ludica che funziona come un “riscaldamento”. Poi, ogni persona è invitata a parlare di situazioni, fatti o circostanze che la fanno soffrire e la inquietano. Tra tutte le comunicazioni, si sceglie un “caso” che verrà approfondito in quell’incontro e che sarà l’occasione per tutti di ripensare ed esprimere la propria sofferenza legata alle relazioni personali, familiari, di lavoro… ma anche paure, angustie e situazioni deprimenti. Alla fine, si chiude insieme, in un grande abbraccio terapeutico e con l’invito a continuare a vedersi.
Alla fine, possiamo davvero ringraziare il Signore per questo servizio alla missione e alla Vita. Ogni esistenza è preziosa e merita tutta la nostra attenzione, soprattutto quando fragile e vulnerabile. Che gioia vedere le persone tornare a casa sollevate della loro sofferenza, confermate nel loro valore e disposte ad affrontare con rinnovata energia le battaglie di ogni giorno, contando sull’amicizia degli altri! Non potrebbe essere questo un indizio dell’azione misteriosa dello Spirito del Dio della Vita che ha cura di tutte le sue creature?







