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Gentile direttore,
alcuni mesi fa abbiamo letto nella pagina chiamata “Il mondo in casa” la rubrica della storia speciale dedicata a don Caniato, prete della galera. È ammirevole la disponibilità dei cappellani degli Istituti di pena, sono dei veri missionari, ma certe sue convinzioni non convincono e non trovano d’accordo le vittime dei reclusi che rimangono con la paura, la disperazione e sono dimenticate. Il carcere non è una casa di riposo o una sala giochi. La persona va rispettata, ma occorre essere meno paternalistici verso i carcerati. Se il carcere fosse realmente duro e repressivo ci sarebbero meno delinquenti e il mondo sarebbe migliore. M e C.

Gentilissimi, grazie per la lettura attenta del nostro mensile e per averci scritto. Credo sia sempre operazione rischiosa creare delle classifiche del dolore e dell’aiuto da effondere. Certamente chi ha sbagliato paga (o dovrebbe farlo). Certamente chi ha perso qualcuno o qualcosa per un reato più o meno efferato avrà un’esistenza segnata, perché indietro non si torna, perché niente e nessuno ricomporrà la vita com’era prima. Aspetto diverso è poter criticare la forma del carcere (“struttura solo repressiva, antiumana e anticristiana”, diceva don Caniato) per come è composta da ormai molti anni e che sperimenta soprattutto chi lavora al suo interno (anche gli agenti che ne garantiscono la sicurezza). Perché, spesso, il detenuto vive in un luogo che toglie la dignità, non solo la libertà. Invece di recuperare una PERSONA, in un percorso più o meno lungo, per prepararla al reintegro nella società, il rischio è accentuarne l’aspetto criminale, oltre che attribuire uno stigma, senza concedere il beneficio di una riabilitazione dopo la fine della detenzione.
La certezza della pena, il diritto di ottenere giustizia sono doverosi, consapevoli che chi deve sopravvivere al “fine pena mai” per ciò che ha subito è più difficile. Il giustizialismo, però, è altra cosa. Un cristiano deve tenere presente anche la misericordia che è diversa dal PERDONO più attinente alla sfera personale e privata di ciascuno di noi.
Non trovo paternalismo nelle parole di don Caniato o in quelle dei vari Papi che hanno sempre avuto attenzione per i detenuti. E mi permetto di dissentire sulla presunta corrispondenza tra durezza, repressione e minor delinquenza. Anzi, come spiegato sopra, sono più convinto del contrario. Ma resta un’opinione personale, evidentemente diversa dalla vostra che comunque rispetto. Grazie per l’opportunità di questo scambio.



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