P. Vincenzo Baravalle, Così lo ricorda un compagno d'infanzia
Chi scrive è un saveriano compaesano di p. Baravalle, e quasi coetaneo, di appena 4 anni più anziano. Insieme hanno vissuto l'infanzia e la formazione alla vita missionaria.
Dodicesimo di 13 figli. Papà e mamma, un eccezionale esempio di vita cristiana, piena di saggezza e di fede concreta, vissuta nella quotidianità della vita. Vincenzo ha preso molto di questa serietà di impostazione cristiana. Sono convinto che la storia della sua vocazione sia stata sempre lineare, senza esitazioni fin dagli inizi, sempre determinata e diritta al suo scopo.
Il prete e il... bandito
Era entrato ragazzo nel seminario diocesano di Giaveno (Torino), ma verso la fine dei cinque anni del ginnasio aveva sentito la vocazione missionaria e aveva chiesto di entrare tra i missionari saveriani. Ricordo una lettera che mi scrisse in quel periodo (io ero entrato nei saveriani da poco più di un anno). Era una lettera molto spontanea e piena di entusiasmo, ma nello stesso tempo chiara e precisa nelle motivazioni della vocazione missionaria che sentiva dentro di sé.
I suoi fratelli più anziani ricordano che Vincenzo da piccolo giocava a "celebrare la Messa": con un drappo o un asciugamano sulle spalle a guisa di pianeta, davanti a una piccola edicola che si era preparato lui stesso in casa. Suo fratello più piccolo, invece, nei suoi giochi preferiva sempre il ruolo del... "bandito". Io li ricordo entrambi negli incontri parrocchiali dei chierichetti e all'oratorio, anche se avevano qualche anno in meno ed eravamo quindi in gruppi diversi. Ma li ricordo sempre "più seri" di me!
Dopo l' ordinazione sacerdotale nel 1967 e dopo aver terminato gli studi a Roma, dove faceva apostolato anche tra gli zingari, ha lavorato per alcuni anni a Parma, come direttore del CEM, il Centro Educazione alla Mondialità dei saveriani. Poi, dal 1976, ben 33 anni di vita missionaria in Indonesia.
La partecipazione del paese
Il paese ha sentito molto la morte di padre Baravalle. Un signore mi ha detto che ricordava ancora le parole di p. Vincenzo quando aveva parlato al gruppo dei giovani della parrocchia, prima di partire per l' Indonesia: "L'ambiente che mi aspetta non è facile, perché la maggioranza della popolazione è musulmana. Ma parto per la missione a cui il Signore mi ha chiamato, pieno di fiducia nella forza che Lui mi darà".
La sera di sabato 18 luglio, il giorno dopo la sua morte, la recita del rosario ha radunato nella chiesa di Villafranca Piemontese i fedeli e gli amici per una prima preghiera di suffragio per padre Vincenzo, mentre il giorno dopo, domenica, lo abbiamo raccomandato alla misericordia di Dio Padre nella santa Messa. Una Messa più specifica è stata celebrata in parrocchia, ma solo dopo il ritorno dall'Indonesia del fratello Giuseppe e della cognata Fidelia, indonesiana di origine cinese, che erano accorsi al suo capezzale e sono rimasti accanto al missionario fino al momento della morte, partecipando poi ai funerali nella città di Padang.
Il bel ricordo del parroco
Il parroco don Giuseppe Accastello ha ricordato alcuni tratti della persona di p. Vincenzo, a partire dai colloqui avuti con lui nei periodi passati a Villafranca per le vacanze e per cure.
Visto che aveva spesso problemi di salute, gli aveva presentato l'ipotesi di fermarsi a lavorare in una parrocchia qui in Italia. Gli aveva risposto che la sua vita era là, in Indonesia. Qui non si sarebbe trovato bene, perché là era il suo mondo, che gli pareva più spontaneo, meno egoista e meno artificiale. E là contava di morire, di restare tra la sua gente anche da morto. Il parroco osservava che, nonostante i problemi di salute anche seri avuti in certi periodi, non lo ha mai sentito lamentarsi.
Confrontando i due tipi di presenza cristiana, in Indonesia e in Italia, p. Vincenzo notava - è sempre il parroco che riferisce - il vantaggio della presenza di seguaci di altre religioni: "la reciproca fedeltà nel vivere la propria fede è un aiuto e un grande stimolo per tutti". Ha ricordato poi una predica di p. Vincenzo, in cui aveva insistito molto sulla necessità di essere cristiani attivi, impegnati per la giustizia.







