P. Giannattasio: Vi presento il nuovo rettore dello CSAM
Una chiacchierata per conoscere p. Rosario Giannattasio
Sono bastate poche battute con il nuovo rettore dei saveriani di Brescia, e sono colpito dal suo modo di parlare, in particolare da quel suo "acciénto" . Non vi sto a raccontare tutto il resto che è venuto fuori. Leggetelo da voi.
Gli chiedo: Non mi sembri un bresciano...
No, sono nato in Sicilia, ma i genitori sono di Salerno, dove ho vissuto fino a ventuno anni.
E poi?
Ho accolto l'invito di nostro Signore a essere missionario saveriano e sono andato a Parma per studiare. Così ho iniziato un'avventura meravigliosa, che continua ancora oggi.
Tutti gli anni di formazione tra le dense nebbie di Parma?
No. In vari luoghi, anche in una terra di sogno: l'Indonesia.
Perché "di sogno"?
Un popolo d' una gentilezza squisita, ricco di carica umana, di senso dell'ospitalità, di fede in Dio e di rassegnazione alla sua volontà. Tutte cose che stupirono moltissimo me, figlio della puntualità e dell'efficienza ad ogni costo, appresa nei miei studi d'ingegneria.
Diventato prete, allora, sei rimasto in Indonesia?
Macché! Nove lunghissimi anni di animazione missionaria e vocazionale in varie diocesi della Campania.
Lunghissimi! Non ti piaceva il tuo lavoro?
No, sono stati anni meravigliosi: ho potuto vedere come, un po' alla volta, le comunità si aprivano alla dimensione universale della chiesa e all'impegno di annunciare il vangelo a tutti i popoli.
Inoltre, sono rimasto commosso per l ' azione dello Spirito Santo in tanti cuori di giovani che scoprivano la vocazione alla quale erano chiamati. Oggi tanti di questi giovani sono uomini e donne seriamente impegnati ad essere testimoni dell'Amore di Dio; alcuni sono diventati sacerdoti, missionari e religiose. Ma sono stati anni "lunghissimi", perché l'ansia di partire per le "missioni" era sempre alta.
Tutto sommato, ti è andata anche bene. Vedo che ne parli con entusiasmo.
Si è vero, il Signore è stato buono con me. E anche i miei confratelli, perché mi hanno permesso, per sei anni, di avere un ruolo di responsabilità in Italia, nella direzione regionale. Così mi sono trovato a gestire le manifestazioni del primo centenario dei saveriani e la beatificazione del nostro fondatore mons. Conforti.
Con gioia ho toccato con mano la grande stima ed affetto che la gente ha per noi saveriani. E finalmente, un mese dopo la beatificazione, la destinazione per la Colombia.
Una missione difficile?
Tutte le missioni hanno le loro difficoltà. Notate l'ironia della Provvidenza divina: dopo l'assaggio missionario in Indonesia, mi sono trovato a lavorare in un paese dell'America latina, nel cuore africano della Colombia, tra i figli degli ex-schiavi neri che sono al livello più basso nella scala sociale e culturale del paese. In Colombia, il problema più grande è certamente la violenza: un assassinato ogni 1.200 persone e una media di 10 sequestri al giorno.
Solo droga e morte?
No. La vita trionfa nella loro musica, nella varietà di colori dei volti, nella schiettezza del loro sorriso, nell'intensità ed immediatezza dei sentimenti di pace, ed anche – diciamolo - delle passioni amorose.
La tua voce tradisce un po' di sofferenza ...
Si, è duro passare dai bambini che vanno a scuola senza mai possedere un libro, a Brescia, capitale dell' editori a cattolica; dalle capanne fatte da quattro tavole inchiodate, all'artistica costruzione di San Cristo, con cinque secoli di storia. Più sono lontano da quella gente, più sento quanto li ho amati, e li amo ancora.
Se resti qui, come pensi concretamente di amarli?
Facendomi voce di tutti i paesi poveri e sfruttati, denunciando quanto si oppone alla venuta del regno di Dio. Richiamando le responsabilità e le esigenze della fraternità universale.
Non è un compito facile, con i tempi che corrono. Ti sarai accorto che c'è diffidenza verso chi è "diverso"!
Pertanto è più che mai importante ed urgente il mio, o meglio, il nostro compito.






