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P. Galeani, in cammino col rosario tra le dita

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Ero ancora alle prese con i primi studi della lingua giapponese quando, durante le vacanze estive, ho dovuto sostituire p. Galeani alla chiesa e all’asilo di Kobayashi. Era la prima volta che rimanevo solo in una missione con i giapponesi ed ero piuttosto preoccupato. P. Galeani, resosi conto delle mie perplessità e incertezze, fissandomi dritto negli occhi, mi ha detto con voce calma: “Tu non devi preoccuparti di nulla. Dì la Messa e prega e per il resto vedrai che fanno tutto i giapponesi e lo fanno meglio di noi”. 

Queste sue parole, pronunciate da un veterano che ne sapeva lunga, hanno avuto su di me un effetto magico: ogni timore era sparito e mi sentivo rasserenato. Quell’estate trascorsa nella missione di Kobayashi a sostituire p. Galeani è stato un periodo bellissimo. Con le maestre dell’asilo organizzavamo scenette e giochi per i bambini; io celebravo le mie prime Messe e tenevo le omelie in giapponese. Senza problemi, ho benedetto anche un matrimonio e celebrato il primo funerale in quella terra.

P. Alessandro aveva un carattere imperturbabile, sempre sereno e tranquillo. La sua caratteristica principale era il silenzio, che lasciava spazio a un acuto senso di osservazione. Faccia seria da filosofo o sorridente erano le uniche due versioni possibili. La variante era quando allargava gli occhi e fissava diritto le persone. Diceva poche cose, ma frutto delle sue penetranti riflessioni. Ricordo in particolare una frase detta durante un incontro comunitario, che aveva colto tutti di sorpresa. Si parlava della duttilità dei giapponesi, della loro capacità di andare incontro ad ogni persona e di adattarsi a qualsiasi tipo di relazione. Ad un tratto, p. Galeani sentenzia: “I giapponesi sono come le cellule staminali: possono diventare ed evolversi per trasformarsi in ogni cosa”.

Esprimendosi così poco, non si sapeva bene cosa facesse, oltre al lavoro della chiesa e dell’asilo. Poi, però, si scopriva che, per anni, regolarmente, si recava a seguire ritiri e confessioni in un convento e in una scuola delle suore Canossiane, a parecchi chilometri di distanza dalla sua missione. Leggeva molto e studiava costantemente per mantenersi aggiornato. Aveva sempre libri o riviste specializzate, in giapponese e in italiano, aperti e sparsi ovunque. Noi giovani missionari, a volte scherzando, dicevamo: “Studia tanto, ma a cosa gli serve se non parla quasi mai?”.

In oltre quarant'anni trascorsi da confratelli in questa terra del Sol Levante, non l’ho mai sentito lamentarsi. Era positivo in ogni circostanza. Probabilmente, la sua intensa vita interiore, quasi da certosino, gli donava quell’apertura e quella fiducia nella vita e nella missione, al di là dei pochi frutti visibili. Non era uno che prendesse spesso l'iniziativa, ma sapeva partecipare e collaborare. Un confratello tranquillo, che non creava problemi, sempre sereno. 

Camminava molto, pregando il rosario con le dita. Ecco, forse questo è il ricordo più bello che ho di lui. Quasi ogni giorno faceva lunghe passeggiate da solo, ma non erano semplici camminate per stare all'aria aperta o per salute: era il suo modo di pregare, camminando. Lo capisco bene, perché ora che ho superato i settant'anni tendo a fare lo stesso, constatando spesso l'inutilità di tante cose.

Era un buongustaio, apprezzava il cibo come nessun altro. Non avendo io questo dono, mi rendo subito conto di chi gioisce veramente per ciò che mangia. Quando, ormai paralizzato, era costretto a letto, nelle poche volte che ho potuto visitarlo, gli portavo dei dolcetti del Kyushu. I suoi occhi si illuminavano e si facevano più grandi, e mi ringraziava di cuore per quei piccoli regali.



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