Non è mai troppo tardi… Il missionario tra i banchi di scuola
Negli anni sessanta in televisione c’erano dei programmi interessanti. Ricordo una trasmissione molto seguita da ragazzi e adulti. Si chiamava “Non è mai troppo tardi”. Il conduttore, Alberto Manzi, in modo piacevole e divertente, spiegava le materie scolastiche in televisione, aiutando così molti italiani a conseguire la licenza elementare. Seguire “Non è mai troppo tardi” era istruttivo e piacevole tanto che alcuni maestri si rifacevano a quel particolare modello di insegnamento.
Oggi, non solo la televisione, ma anche la scuola è diventata tutta un’altra cosa e sembra difficile individuare un modello di insegnamento valido per i ragazzi del duemila.
Gli alunni e il missionario
Purtroppo, ai missionari non capita spesso di andare nelle scuole a parlare agli alunni. Quando qualche insegnante ci invita ci andiamo volentieri. Siamo chiamati come persone che hanno vissuto all’estero e che hanno imparato qualcosa di diverso; raccontiamo semplicemente la nostra esperienza di vita e i valori che ci sostengono.
Quando parliamo della nostra esperienza di missione gli alunni sono attenti e mostrano curiosità per i fatti che ascoltano. Del resto, non inventiamo storie, ma descriviamo ciò che abbiamo vissuto. Poi, quasi sempre, capita che qualcuno ci rivolga le sue domande. Questa è la parte più interessante dell’incontro. A volte le domande sono fuori tema, ma ci aiutano comunque a capire il mondo dei ragazzi e i loro interessi. Le nostre risposte tendono sempre a sottolineare i valori del vangelo e della missione. Ovviamente dobbiamo parlare di cose molto concrete e non sempre è facile per noi missionari che abbiamo studiato filosofia e teologia. Per fortuna abbiamo l’esperienza della missione che ci aiuta a semplificare anche le cose più difficili per far capire qualcosa e per far vivere l’esperienza del vangelo.
Popoli fratelli
Per riuscire nel nostro intento mostriamo le fotografie di quando eravamo in missione e cerchiamo di far comprendere l’importanza della “fratellanza universale”, contrapposta ai preconcetti della “razza”. Facciamo ascoltare il ritmo dei tamburi africani o cantiamo una canzone giapponese per far vedere ai ragazzi che la gente esprime la gioia in modo diverso. Vogliamo far capire che tutti gli esseri umani hanno un cuore e che tutti i popoli sono creati dal Signore. Raccontiamo spesso episodi e aneddoti, portiamo esempi concreti per far capire meglio quello che vogliamo dire. Ragazzi e insegnanti sono molto contenti.
L’idea che le missioni sono i poveretti che muoiono di fame in Africa è ancora molto diffusa tra i bambini e gli adulti. Ma non è del tutto corretta. Soprattutto offre un’impressione sbagliata della realtà. È per questo che noi cerchiamo di far vedere il lato bello e positivo, i valori e le diversità che esistono nelle nazioni in cui abbiamo lavorato. Certo, in molte missioni ci sono gravi problemi di povertà. Ma la gente vive, canta e gioisce, si incontra e fa festa, prega e lavora... in modi molto diversi che, forse, hanno qualcosa da insegnare anche a noi.
Seminare è bello
Siamo convinti che possiamo imparare qualcosa da ogni popolo. Tutti hanno cose belle da offrirci e anche noi possiamo condividere qualcosa con loro: non solo le cose materiali, ma soprattutto le vere ricchezze che possediamo; quelle che riguardano il cuore e la vita, il vangelo e la fede nel Signore.
Di solito, i bambini e i ragazzi sono molto attenti a questi discorsi. Qualcuno si dimentica subito tutto, ma quando ci incontra per la strada ci saluta. Qualche altro, quando lo rivediamo nei gruppi di catechismo, ci viene vicino e ci tratta come un amico, magari ricordandoci qualcosa che lo aveva colpito nell’incontro a scuola.
Seminare è sempre una bella cosa. Il compito di seminare spetta a tutti noi. Penserà il Signore a far germogliare i semi e a far crescere i germogli.








