Missione: esigenze di fedeltà e solidarietà
Una nuova chiamata, nella terza età
Il superiore dei saveriani si è rivolto a padre Giuseppe Dovigo: "A Goma hanno bisogno di te. Te la senti di tornare in missione?".
Come possiamo bene immaginarci, questa è la domanda che ogni missionario sogna di ricevere. Ogni giorno. Specialmente nei tempi dedicati alla preghiera. Solo che a p. Giuseppe questa domanda è arrivata quando lui è entrato in età pensionabile...
Da missionario, ho rivolto a me stesso le domande della terza età: "Chi sono? Cosa ho combinato nella mia vita? Verso quale direzione sto andando? Durante questi anni di vita, sono stato capace di relazioni vere con le persone? Che cosa mi attende a Goma?".
Il Signore farà il resto
Ho concluso e risposto: "Ritorno in missione, per una esigenza di fedeltà. Questa è una nuova vocazione missionaria per me. Ritorno in missione per un dovere di solidarietà. Mi è offerta la possibilità di lavorare a Goma, la città sepolta dalla lava del vulcano. Il Signore farà il resto".
Nevicava il giorno che le mie sorelle, il cognato, i nipoti, mi hanno accompagnato all'aeroporto. A Goma invece splendeva il sole. Sono andato ad abitare in una delle tre casette di legno della "Fraterntità missionaria", voluta e costruita, a suo tempo, da padre Silvio Turazzi.
Da allora, ogni pomeriggio, esco per vedere, conoscere e incontrare le nuove realtà di Goma.
Sono stato a visitare il Centro per disabili. Gery, un ragazzo, si è offerto di accompagnarmi nelle baracche, per incontrare alcune mamme i cui neonati sono ammalati di AIDS. Ho conosciuto Joseph e Deo Gratias, paraplegici.
Siamo in guerra per voi bianchi!
Ho sentito dire che a Goma esisteva una prigione. Un giorno ho deciso di andare a celebrare la Messa, dentro il container che funge da prigione. I detenuti sono tutti militari o politici. Seguono la celebrazione seduti per terra. Uno di loro interrompe la mia omelia. Mi dice: "Noi siamo in guerra per colpa di voi, bianchi!".
Mi sento sotto tiro e replico: "Si, hai ragione. Tuttavia, non tutti i bianchi vogliono la guerra. C'è tanta gente in Europa e in occidente che non vuole la guerra. Molte case hanno esposte alle finestre le bandiere della pace. Tanta gente ha anche digiunato e pregato per la pace...".
Quando gli occhi di tutti erano puntati su di me, ho concluso: "E' vero, la guerra è per il profitto dei bianchi. Tuttavia, non dimenticate le responsabilità che anche voi soldati vi assumete per il modo con cui fate soffrire la gente. Non dimenticate le responsabilità che i capi del vostro paese hanno. Non dimenticate che tutti siamo un po' responsabili della guerra".
Prendetevi tutto, ma lasciateci i campi
A quel punto, quello che in apparenza doveva essere il capo di tutti, ha trovato il coraggio di svelare la sofferenza che la guerra reca anche ai soldati. Afferma: "Che i bianchi prendano pure quello che vogliono. A noi lasciateci lavorare i campi in pace. Noi soldati, da quando siamo in guerra, non abbiamo mai percepito uno stipendio. Ed ora qui, in prigione, patiamo la fame. Ma, quel che è peggio, non abbiamo qualcuno a cui confidare la vergogna che proviamo dentro il cuore, feriti come siamo da tanta mancanza di dignità".
Quel giorno, la questua della Messa non l'hanno fatta i fedeli al prete. L'ho fatta io a loro. Mettendo però una condizione: che condividessero in parti uguali quanto avevo trovato dentro le mie tasche".
La gente fa i confronti
Nel quartiere, le piccole sorelle di Carlo de Foucauld si sono messe a ricostruire la loro casetta con delle assi di legno. Mi sono soffermato a vedere come procedevano i lavori. Qualche chilometro più in là, un'altra Congregazione religiosa ha iniziato a ricostruire la propria casa. In Italia, rientrerebbe nella categoria delle case popolari. Ma a Goma suscita stupore, come se stessero costruendo un palazzo.
E la gente fa i confronti. Commentano tra loro: "Gli altri costruiscono per loro stessi. Le suore costruiscono per noi. Quelle suore vogliono vivere come la gente. Sono testimoni del vangelo con la loro vita…".
Una sorella mi interpella: "E voi, costruirete la chiesa parrocchiale?" Capisco che dietro quella domanda ce ne sta un'altra più critica: "Costruirete una chiesa in mattoni, bella, ben visibile anche da lontano? Oppure costruirete la chiesa della carità, dell'amore, della giustizia, presente nei rapporti di ogni giorno?"...
Il dilemma è grande, e violenta il mio cuore. Qui non posso sbagliare.
Una chiesa vicino alla sorgente d'acqua
Torno a casa. Ne parlo con padre Sisto, un missionario veterano dell'Africa. E insieme abbiamo iniziato ad consultare le piccole comunità e i gruppi dei cristiani del quartiere. La cosa che più sta a cuore a noi missionari è di confrontare cammini, aspirazioni, possibilità di vivere il vangelo, sopra il fiume di lava che taglia in due la città. La chiesa deve rispondere alle attese evangeliche della gente.
Siamo andati a presentare idee e progetti al vescovo. Conclusione: la chiesa in mattoni costituisce un punto certo di unione per la fede e la speranza della gente. Ovviamente, bisogna fare attenzione a costruirla su un terreno dove sia presente una sorgente d'acqua. L'acqua potabile è un bene essenziale per la gente.
Occorre poi una certa sollecitudine nel prendere contatto con il proprietario del terreno su cui edificare la chiesa. La gente torna in città e gli appezzamenti di terreno libero divengono sempre più rari. Attenti dunque a non arrivare in ritardo.
I conti in tasca...
Padre Sisto ed io ci facciamo i conti in tasca. Per il momento, possiamo permetterci di abitare solo in una casetta presa in affitto. Quando arriverà un terzo missionario, torneremo a valutare le cose.
I ritmi africani, mi hanno già fatto dimenticare l'Italia e le ore che passavo ogni giorno, dietro la scrivania dell'ufficio.
La sera, addormentandomi, mi viene da pensare: come mai il Regno dei cieli è di chi lo sa prendere con prontezza e con la violenza?







