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Padre Succu è tornato in Giappone

Padre Giampaolo Succu, sardo di Meana (NU), è tornato in Giappone dopo aver terminato i suoi studi biblici a Roma.

Durante la mia prima missione in Giappone, avevo lavorato nella parrocchia di Kobe con un sacerdote nipponico. Qui, una notte del 1995, ho vissuto la tragedia del terremoto che ha raso al suolo la città e anche la chiesa.

Le ondulazioni dello sisma mi avevano scaraventato giù dal letto lasciandomi illeso, nonostante la caduta dell’armadio. Ho scattato fotografie drammatiche della città distrutta; alcune sono state pubblicate da riviste giapponesi.

Un compito umanizzante

La chiesa cristiana in Giappone è una minoranza, ma è considerata e stimata per il suo contributo al bene della società. I missionari sono apprezzati per il lavoro nel campo dell’educazione infantile e universitaria e nel campo del dialogo interreligioso e culturale. Alcuni di noi, infatti, insegnano all’università.

Nel mondo orientale bisogna rendersi utili alla società per ottenere la stima della gente. Il lavoro dei missionari in campo culturale cerca di umanizzare una società che cura molto lo sviluppo tecnico. Per i giapponesi, tuttavia, i missionari restano stranieri, forse per il modo di presentare il cristianesimo.

Loro si sentono superiori. Si potrebbe dire che, in pratica, il loro dio è la società: lo stare bene assieme.

La società organizzata

Lo stile di vita dei giapponesi è molto schematico e ben organizzato; è richiesta una buona istruzione tecnica per formare addetti specializzati all’industria di trasformazione. L’organizzazione sociale è una fonte di vita e di sviluppo per un grande Paese con 130 milioni di abitanti, privo di risorse e di spazio. Le tradizioni giapponesi sono ancora forti, come dimostrano gli schemi della vita di corte, alla quale la principessa non riesce ad adeguarsi dopo aver studiato all’estero.

La società giapponese, che richiede sempre ai suoi membri l’efficienza tecnica, può mettere in crisi le persone che non si sentono utili o che sono incapaci di adattarsi agli schemi tradizionali. La chiesa può essere d’aiuto ai giovani e agli adulti in difficoltà, con l’annuncio del vangelo.

Suor Murgia torna in Congo

Suor Mercedes Murgia, dopo gli studi superiori a Cagliari, ha insegnato steno-dattilografia per cinque anni. Ha lasciato Macomer nel 1964 per diventare missionaria saveriana. È un’esperta insegnante e infermiera.

2004 12 Sardi Murgia1Dopo essere diventata religiosa missionaria, ho studiato infermeria-ostretrica e ho fatto il tirocinio di preparazione professionale. Nel 1976, sono partita per il Congo dove ho lavorato come ostetrica per 22 anni, nel centro sanitario materno di Luvungi per l’educazione e la promozione delle donne africane.

Sono rientrata in Italia nel 1998, proprio nel momento in cui scoppiava la seconda guerra civile che da sei anni insanguina il Congo e umilia il suo popolo. In un primo tempo, sembrava che la situazione potesse essere paragonata a una febbre acuta con speranza di guarire. Ma dal ’98, questa febbre è diventata cronica e la speranza di pace diventa sempre più debole.

Con Cristo Crocifisso

Nel mio lavoro, ho notato la fede semplice e profonda degli africani bantù, sia nella vita che nella morte, considerata una realtà della vita. Queste sono le loro preghiere: “Solo Dio, ci ha salvati”; “Mio Dio, sto andando; aprimi la porta, se è arrivata la mia ora; Signore, prendimi!”.

Il 18 settembre scorso, ho ricevuto il crocefisso dal vescovo. Mi ha fatto tanto piacere sentire di nuovo le parole dell’invio in missione: “Ricevi questo segno della carità di Cristo e della nostra fede. Predica Cristo crocefisso, potenza di Dio e sapienza di Dio”.



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