L’Africa delle piccole comunità
Dopo 9 anni, i superiori mi chiedono di rendermi disponibile per il nord del Paese: Gounou Gaia e poi Djougounta. Una situazione geografica, culturale e pastorale completamente diversa. È l’Africa saheliana: clima secco, zona arretrata con case in argilla e paglia, chiusa nella tradizione e con pochi cristiani sparsi in un mondo pagano o musulmano. La Chiesa è molto giovane (40 anni). Il primo battezzato della mia parrocchia, Michel Djobongue, era ancora vivo e attivo. È l’Africa della tradizione orale. I catecumeni cercano di imparare a memoria, perché la Parola di Dio diventi bagaglio culturale come i racconti o i proverbi della tradizione.
È l’Africa delle piccole comunità di villaggio, non delle folle, che imparano a costruire fraternità e a mettersi a servizio gli uni degli altri, in un cammino solidale per la promozione dell’uomo in ogni senso. Novità per loro era la rivelazione di un Dio che è amore e Padre, che ci libera dalla paura, dando la pace al cuore e disponibilità a impegnarsi in comunità rischiando tutto su Dio. Anche qui ho ricevuto testimonianze molto forti, di fede, coraggio, generosità, non solo di catechisti o responsabili, ma anche di uomini e donne semplici di fronte agli altri, ma grandi certamente davanti a Dio.
Gabriel Matna, lo chiamavano directeur perché seguiva il lavoro dei maestri dalle finestre delle aule anche se non sapeva né leggere né scrivere. Uomo anziano, saggio, sempre allegro, era rimasto fedele alla moglie anche senza figli, cosa molto difficile in Africa. Augustin Rouamou era paralizzato, in carrozzella da 20 anni, eppure catechista e animatore della sua comunità. Robert Kotsia era il trascinatore di tutto il settore pastorale. Mousouka Krya, una donna piena di vita ed energia, con 8 figli, ma sempre disponibile e attiva nelle iniziative della comunità. Maman Suzanne, paziente e saggia, era stata scelta come responsabile della sua comunità, cosa rara da quelle parti. David Fourisou, con a casa i genitori malati, faceva continuamente lunghe distanze su una bicicletta sgangherata per aiutare una comunità che stava nascendo. Mathieu il catechista cieco, Alphonse il maestro, Michell’infermiere, Emmanuel Mousa, e tanti, tanti volti che non dimenticherò più e che sono i veri evangelizzatori della loro gente.
Ho imparato molto da loro, soprattutto stando lontano dalla modernità. Ho imparato la semplicità del vivere e dell’arrangiarsi, facendo a meno di elettricità, acqua corrente, telefono… Privilegiando le relazioni umane, la comunicazione personale, l’amicizia, lo stare insieme, ho imparato a disporre del mio tempo, senza correre come un forsennato. Ho imparato l’amore per la vita, accolta e difesa con tenacia come un grandissimo dono al suo apparire, ma anche in età avanzata (bambini e anziani). E la gioia del vivere, il senso della festa, i colori, la danza, il linguaggio del corpo per la lode, la preghiera e la comunione. Ho imparato l’accoglienza, l’ospitalità, la solidarietà del povero e la grandezza del cuore. Ma soprattutto, ho imparato il profondo rispetto di Dio, dell’invisibile, di queste presenze che ci avvolgono e che sono più vere di ciò che vediamo e tocchiamo. Ho imparato a fidarmi di Lui: non ti risparmia le croci ma non ti abbandona mai.
Anche noi tutti abbiamo bisogno di donare la fede per farla crescere, qui e ora, nel cammino sul quale Dio ci chiama e con la gente che ci pone accanto. Siamo chiamati a condividere la vita, la simpatia e i doni che Dio ci ha elargito in abbondanza, per essere presso i deboli, segno della Sua tenerezza, della quale il Signore ci invita ad essere testimoni “… fino agli estremi confini della terra”.







