La speranza
“C’è una parola che cammina leggera e testarda tra le rovine del nostro tempo.
Non urla, non fa proclami, non firma decreti. È una parola minuta, ma invincibile: la speranza.
La speranza non è una virtù solitaria. Non si alza da tavola se gli altri restano seduti.
Chi spera davvero lo si vede perché cammina con gli altri, mai contro.
Ha il passo della comunità. Ha il respiro della Chiesa.
La speranza si impara insieme.
Si impara ascoltando chi non ha voce. Si impara servendo senza fare conti.
Si impara pregando senza fretta, perché la preghiera non aggiunge cose a Dio, toglie rumore a noi.
Ecco un piccolo “manuale d’uso” della speranza,
in cinque verbi semplici.
Primo: ascoltare.
Ascoltare come chi non ha già la risposta, come chi non deve difendersi.
Ascoltare i poveri, i giovani, gli anziani, gli invisibili: non per cortesia, ma per imparare.
Secondo: custodire.
Custodire ciò che è fragile: le relazioni, il creato, il tempo dei bambini, il sonno dei lavoratori, il pane di chi ha fame.
La speranza è una serra per i germogli: se li lasci alle intemperie, muoiono.
Terzo: riparare.
Riparare il torto, riparare alla fretta, riparare le parole rotte.
Riparare significa che il passato non è una condanna: può diventare benedizione.
Quarto: osare.
Osare scelte impari e impensate, anche piccole. Osare significa dare del tu al futuro.
Quinto: perseverare.
Perseverare quando non si vede ancora nulla.
La speranza è artigiana: lavora ogni giorno con gli attrezzi della pazienza.
E poi c’è la speranza cristiana, che ha un nome proprio: Gesù.
Non un’idea, ma una storia, non un mito, ma una vita intrecciata alla nostra.
Lui prende in carico la nostra ingiustizia e la volge in bene, non con la magia ma con l’amore:
un amore che non si arrende, che attraversa la morte e la fa passare.
Da quel mattino di Pasqua il mondo ha una fessura di luce che non si chiude più.
Noi viviamo di quella fessura.








