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Si chiede il profeta Isaia: “Sentinella, quanto resta della notte?”. “Verrà il mattino e verrà la notte…”. Dal di dentro della notte mozambicana, mi permetto di glossare: “Della notte, purtroppo, resta ancora tanto tempo”.

Nella seconda metà di febbraio sono venuti a mancare, in maniera differente l’uno dall’altro, due persone che contribuivano ad iniettare una dose vitale di speranza alla congiuntura plumbea e funesta del paese. Li ascoltavi e pensavi: “Siamo nel pieno della notte ma, là in fondo, un barlume di luce c’è”.
Il primo è stato mons. Luiz Fernando Lisboa, vescovo di Pemba, capoluogo della martoriata regione di Cabo Delgado dove, dall’ottobre 2017 è in corso una guerra nella quale si mischiano povertà endemica, ricchezza di risorse naturali, terrorismo jihadista, investimenti miliardari delle multinazionali del gas, speranze frustrate della popolazione autoctona e interessi opachi del partito al potere.

Dom Luiz, fin dall’inizio, è stato la voce della popolazione che soffre, il primo a portare all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale il dramma di Cabo Delgado, mettendo in discussione la narrazione trionfalista del governo per il quale era diventato troppo scomodo. Dinanzi alle minacce alla sua persona, che provenivano da più parti, la Chiesa mozambicana, divisa e pavida, ha peccato di prudenza e forse anche di ignavia ed è stata incapace di una parola profetica chiara e forte. Contro ogni suo desiderio, dom Luiz è stato “richiamato” in Brasile, sua terra natale. Difficile leggere tutto questo con gli occhi della fede. O meglio, si può leggerlo solo attraverso la prospettiva della croce. È una perdita per il popolo di Cabo Delgado, ma anche una sconfitta per la Chiesa e per la società mozambicana che perdono un uomo di Dio e un profeta.

Dieci giorni dopo, muore all’improvviso Daviz Simango, leader del secondo partito di opposizione. Come sindaco di Beira, seconda città del paese devastata dal ciclone Idai due anni fa, aveva dimostrato di essere un politico onesto, capace di costruire un progetto politico fondato sul principio del bene comune, a partire dai più poveri. Nelle sue vene scorreva il sangue del padre, esponente di punta del movimento di liberazione, ucciso assieme alla moglie dal Frelimo, subito dopo l’indipendenza. Simango era uomo politico di un altro spessore rispetto alla pletora corrotta al potere. Ed era uno dei pochi che sarebbe stato in grado di guidare le sorti dell’intero paese.

Non ci resta che tornare ai tanti Mosè, ripartire da loro e con loro. Davanti ci sono tempi imprecisamente lunghi di sete acuta e serpenti velenosi nel deserto, di vitelli d’oro e falsi dei, di nostalgia per le cipolle di chissà quale Egitto. Ma Mosè non ha nulla da perdere e, soprattutto, ha tutta una vita davanti per costruire un paese migliore.



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