La missione d’Indonesia nel cuore
Ritornare sui luoghi dove uno ha lavorato per molti anni della gioventù è un’esperienza speciale. In occasione dei suoi 50 anni di sacerdozio, p. Giuseppe Marzarotto ha avuto la gioia di rivedere tanta gente dell’Indonesia, dove è vissuto dal 1970 al 1986.
Durante il viaggio mi chiedevo: “Li riconoscerò ancora dopo tanti anni? Saprò ancora esprimermi in lingua indonesiana? Saranno sufficienti 40 giorni per stare in mezzo a loro?”. Per fortuna i miei dubbi erano ogni tanto interrotti da Angela, cognata di p. Fernando Abis, la quale poteva finalmente coronare un vecchio sogno: andare in missione e vedere le attività conosciute solo attraverso letture, dvd e i racconti di p. Fernando.
Mi sento indonesiano…
Dopo 15 ore di volo, siamo arrivati a Jakarta, dove la luce e il caldo, i suoni e la musica, gli odori e i colori mi erano ancora famigliari… e anche la lingua.
Ricordo la prima Messa celebrata nella parrocchia di Pademangan. La chiesa era gremita di gente e nella mente cercavo alcune frasi di saluto, mentre avvertivo che tutti avevano gli occhi su di me.
Ho iniziato a parlare con difficoltà, perché le parole facevano fatica a uscire.
Ho detto loro che il mio cuore non li aveva mai dimenticati, e a quel punto è partito un lungo applauso... Mi sono sentito ancora indonesiano, in mezzo alla mia gente.
La famiglia di Jessica
Nella parrocchia Stella Maris ho incontrato un gruppo di persone amanti della natura. Ora sono adulti e quasi tutti sposati. Tra loro c’era la famiglia di Giovanni Suntono, con la moglie Regina e le due figlie gemelle. Mancava Jessica la figlia più piccola, che avevo battezzato mentre frequentava la scuola elementare cattolica. Ricordo ancora la gioia di questa bimba quando ha ricevuto la Comunione e l’entusiasmo con cui veniva e cantava nel coro della parrocchia.
Racconta la mamma: “All’età di sedici anni, un male incurabile l’ha portata via, ma io continuo a ringraziare il Signore d’avermela fatta godere almeno per 16 anni: era il cuore della nostra famiglia. Quanti sacrifici abbiamo fatto per farla curare, l’abbiamo portata anche all’estero, con l’aiuto della parrocchia... Tanti amici erano meravigliati dalla serenità con cui lei offriva a Dio le sue sofferenze e sempre cercava di consolare gli altri. Nella malattia ha scritto su un foglio Tuhan, che significa Gesù Cristo Salvatore; e quando i dolori erano più forti, scriveva accanto Terina Kasih, che vuol dire, Grazie Gesù!”.
La vedova e le sue camicie in batik
Ho fatto anche una visita al mercato di Jakarta. Ho visto una vecchietta che stava lavorando sulle camicie in batik ed era sola, senza clienti… Era un’anziana vedova musulmana, madre di un unico figlio. Mi sono seduto accanto e ho iniziato a parlare con lei: “Perché fai questo lavoro pesante e nocivo? Gli acidi per il batik ti rovinano la pelle”. Mi ha risposto: “Lo so, ma è l’unico lavoro che mi permette di far studiare mio figlio all’università, e poi oggi sono molto contenta perché tu ti sei interessato di me”.
Mi sono alzato e ho acquistato due camicie. Lei mi ha sorriso e con due occhi pieni di luce mi ha detto: “Che il tuo Dio ti accompagni e sia sempre con te”.
Quel sorriso e quegli occhi pieni di luce si sono ben impressi nella mia mente e non li posso dimenticare.
L'ultima mia visita
Si avvicinava il giorno della partenza e anche la consapevolezza che sarebbe stata l’ultima mia visita nella missione in Indonesia. Il mio cuore iniziava a fare le sue bizze… L’ultimo giorno l’ho trascorso all’ospedale di Jakarta per i controlli…, risultati provvidenziali.







