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Di ricordo in ricordo, ecco quello del cremonese p. Lazzari inviatoci da p. Matteo Rebecchi con l’Indonesia e le isole Mentawai come filo conduttore. 

Non ho mai vissuto nella stessa comunità con p. Lazzari, per cui i miei ricordi sono legati alle conversazioni che abbiamo avuto in momenti occasionali, soprattutto quando, di passaggio, lo incontravo nella procura di Jakarta. Ci accomunava la nostra origine cremonese e l’esperienza missionaria alle isole Mentawai. Per questo, e forse anche per affinità di carattere, eravamo spesso in sintonia.

Ricordo alcuni racconti di p. Gianni. Era entrato dai Saveriani dopo un’esperienza come falegname. Mi diceva di aver cominciato a lavorare molto giovane partendo dalla gavetta, e cioè raddrizzando i chiodi a martellate. Questo tirocinio lo aveva abituato a prestare attenzione alle cose, a non gettare via ciò che può essere riparato e recuperato. L’esperienza lavorativa lo aveva aiutato ad avere cura dei particolari estetici che trasparivano nella cura della casa della procura, sempre accogliente e in ordine.

L’attenzione alle cose concrete era una caratteristica di p. Gianni. Di lui non ricordo profonde speculazioni o particolari riflessioni teologiche. Per lui il cristianesimo e la missione si basavano sull’amore concreto e l’attenzione alle persone, una visione che, al di là delle formulazioni e della retorica, rivelava una profonda fede. Anche la sua vita spirituale era caratterizzata da pratiche regolari e non particolarmente elaborate. Questo rivelava la solidità di p. Gianni, una persona che infondeva fiducia. Più volte gli ho chiesto di confessarmi e ho trovato in lui il volto del Dio amorevole e misericordioso: non tante parole, ma un forte sostegno.

P. Gianni ricordava alcuni eventi nella sua missione a Sumatra e alle isole Mentawai. Nel periodo in cui l’ho incontrato a Jakarta stavo lavorando a Sikabaluan, nell’arcipelago mentawaiano, dove lui stesso aveva trascorso anni di missione. Pur con mezzi limitati e infrastrutture ancora precarie, godevo ormai di comodità superiori a ciò che lui aveva affrontato nelle stesse isole: assenza di strade, comunicazioni difficili, rari collegamenti con Sumatra via nave, una cultura nativa ancora incontaminata... La mia, in confronto, era una vacanza. Eppure, anche in quei momenti di condivisione, Gianni manifestava il suo sostegno ed incoraggiamento. Non viveva più “alle isole”, ma considerava noi giovani missionari i continuatori di un’opera sacra che gli apparteneva. Chi fa missione alle Mentawai, infatti, sente di ricevere un tesoro che un giorno dovrà affidare a chi gli succede. Le isole si lasciano con nostalgia, ma anche con la fiducia che Dio continua a prendersi cura dei suoi abitanti. 

Ho incontrato alcune persone che ricordavano p. Gianni. Uno di loro, era un uomo malato di lebbra che p. Gianni aveva aiutato a Jakarta. Un altro, Tarcisius, lavorava per il governo locale alle Mentawai. Aveva abbandonato la fede cattolica passando attraverso diverse affiliazioni religiose per approdare all’Islam, forse per opportunità di carriera nell’ambito governativo. Una volta Tarcisius si era confidato dicendo che nonostante le sue molteplici esperienze di vita, non aveva mai dimenticato p. Gianni e l’educazione ricevuta nel convitto della parrocchia saveriana. Aveva dei ricordi indelebili. Per questo, mi diceva con orgoglio, quando i suoi colleghi musulmani criticavano la Chiesa lui li affrontava da persona con esperienza diretta e personale, dichiarando che i loro commenti non erano fondati, perché la Chiesa era più bella di quanto affermassero loro…

Ripensando a p. Gianni, ho un po’ il rammarico di non aver trascorso più tempo con lui e per non avergli dato più spazio per condividere le sue esperienze. Se lo avessi ascoltato di più, di sicuro ne sarei stato arricchito. Ma il suo esempio di vita, i suoi atteggiamenti concreti, la sua delicatezza senza fronzoli, rimangono comunque un ricordo ed un insegnamento che mi aiuta adessere concreto nell’amore, evitando la tentazione di perdermi in rassicuranti teorie.



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