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La Chiesa: "La casa dei martiri", Una chiesa viva e amata dalla gente

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Nonostante le proibizioni e i frequenti casi di martirio, eseguiti in modo plateale per scorag­giare e impaurire i credenti, dal 1563 il numero dei convertiti al cristianesimo in pochi anni si era ingigantito. Gli studiosi affermano che verso il 1612 i cristiani giapponesi erano 650mila unità, o ancora di più: oltre il 5 % della popolazione di allora, che si aggirava sui 12 milioni. Oltre alle chiese, erano sorti conventi, seminari, scuole, ospizi per orfani, ospedali e lebbrosari.

I cristiani erano concentrati soprattutto al centro e sud del Giappone. Ma il numero crescente dei missionari (gesuiti, francescani, domenicani e agostiniani) e sacerdoti locali (probabilmente 140 nel 1614, anno dell'editto di persecuzione), aveva permesso l'espansione nel nord del paese, favorita anche dalla conversione al cristianesimo di vari principi o daimyô(almeno 18 sono i nomi noti). Purtroppo alcuni missionari fecero l'errore di appoggiarsi ai principi locali, promettendo anche benefici nel commercio con l'Europa, pur di ottenere la loro simpatia.

Ma la chiesa, in realtà, si dilatava con la forza della carità e della novità del vangelo.

Proprio questa novità proclamata e vissuta è stata la vera causa per cui il cristianesimo fu poi diffidato e perseguitato.

Chiese vive, affidate ai fedeli

I missionari e i sacerdoti percorrevano il paese visitando le comunità, per amministrare i sacramenti e confermarle nella fede. Non potendo assicurare una presenza continua e consapevoli del rischio di espulsione, essi avevano riposto la loro fiducia nelle capacità dei fedeli stessi.

Le chiese erano il segno della presenza cristiana. Ma ogni comunità doveva essere una famiglia capace di generare, accogliere e formare nuovi credenti; doveva essere una casa aperta ai poveri, ai deboli e alle necessità della gente, per aiutare e consolare.

Nelle comunità un laico aveva l'incarico di "battezzatore": preparava i catecumeni e amministrava loro il battesimo. Un altro era "maestro di dottrina", responsabile della catechesi e della crescita nella fede. Un terzo aveva l'incarico di ricordare il calendario liturgico, organizzando le feste e ricorrenze per la comunità. Il seme del Regno era stato deposto e il terreno che lo aveva accolto era fertile.

Il gesuita p. Alessandro Valignano, arrivato da Goa nel 1590 per visitare la missione del Giappone, descrive la sua meraviglia per il progresso avvenuto nella formazione dei fedeli; li loda perché sanno pregare bene; esulta nel vedere che un ragazzo di 7 anni era già maestro di altri fanciulli.

Le tre confraternite più famose

La strategia apostolica delle comunità si era rafforzata con la creazione delle confraternite, nate dall'esperienza e fantasia missionaria dei gesuiti p. Almeida, p. Organtino e p. Frois.

  • La confraternita della misericordia era il cuore propulsore della carità verso i poveri e gli orfani, i malati e i lebbrosi, le vedove e i sofferenti; era il volto amabile della chiesa e del Cristo annunciato. Novità assoluta per il Giappone. Perfino nella persecuzione, gli incaricati delle esecuzioni non osavano alzare la mano contro i suoi membri, che ammiravano.
  • La confraternita di Santa Maria era iniziata nel 1570. Aveva l'obiettivo di trasmettere la fede con la catechesi, seguire i matrimoni e i funerali e dirigere le preghiere secondo le norme liturgiche.
  • La confraternita dell'Eucaristia era fiorita dal 1610. Aveva l'incarico di accogliere i sacerdoti itineranti o clandestini, preparare le celebrazioni del perdono e dell'Eucarestia, pregare e far pregare quaranta ore per chi doveva affrontare il martirio, e pregare per chi, nelle torture, aveva abbandonato la fede diventando apostata.

   Con l'arrivo dei francescani, domenicani e agostiniani, anche altre confraternite, scaturite dalla loro tipica spiritualità, fiorirono nelle zone da loro evangelizzate.

La stampa per la formazione e l'apostolato

In Giappone i missionari individuarono subito una caratteristica importante: "la gente sapeva leggere". Non esitarono perciò ad attuare un ardito progetto. Nel 1582 p. Valignano fece inviare in Europa sette giovani: quattro per intessere rapporti amichevoli con i capi di Stato; gli altri tre per impra­tichirsi nell'arte della stampa. Tornati in Giappone nel 1590, iniziarono subito ad esercitare l'arte imparata. Una novità assoluta per il Giappone, la cui scrittura presentava particolari difficoltà.

Oltre agli estratti della Bibbia, alcuni libri ebbero un'importante funzione formativa per i fedeli, soprattutto dopo l'espulsione dei missionari: "La dottrina cristiana", "Il libro delle preghiere", "L'imitazione di Cristo", "La vita dei santi", "L'invito al martirio".

Il perdono ricevuto e donato

Il vangelo annunciato dai missionari metteva in evidenza che Dio è Misericordia e Amore. Per questo, la chiesa accoglieva tutti e curava le debolezze e le sofferenze che incontrava. La confraternita della misericordia era l'espressione più amabile della chiesa, riconosciuta e rispettata dalla società.

Il perdono è parte essenziale della misericordia. I fedeli lo chiedevano ogni giorno a Dio e a Cristo crocifisso; perciò sapevano anche concederlo a tutti. È commovente leggere come i fedeli riuscivano ad accogliere con cortesia persino i funzionari che portavano l'ordine del martirio: non una parola d'odio, nessun atto di protesta o vendetta. Come Gesù e Stefano, dal loro cuore e dalle labbra uscivano solo parole di perdono e preghiere per i persecutori.

Prepararsi al sacrificio della vita

"Invito al martirio" (1615) è il titolo di uno dei libri più diffusi tra i fedeli. Se ne conserva tuttora qualche preziosa copia originale. Lo hanno completato poco a poco e diffuso i missionari che prevedevano imminente l'irrigidirsi della persecuzione. Non è un inno al martirio, ma un "invito a prepararsi al martirio": un testo serio, fondato sulla fede in Cristo crocifisso e sulla speranza del Cristo risorto.

Il libro chiede ai fedeli prudenza e saggezza riguardo al martirio, e li invita a prepararsi al sacrificio della vita con cuore mite e fiducioso, purificato da ogni motivazione impropria. Insegna ad accettare il martirio per aderire in modo definitivo al Padre.

Perciò il martirio non è un atto che ostenta disprezzo o disobbedienza all'autorità, ma un atto di supremo amore per Dio.



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