L’Europa è a un bivio, anche dei numeri
La pandemia, ritornata con forza in tutti i Paesi europei, ha accelerato la spinta centripeta del continente. Le chiusure degli spazi della vita sociale e delle relazioni tra le persone e le comunità nazionali hanno innescato dei distanziamenti, che necessiteranno di tempi lunghi per recuperare fiducia e proiezioni di futuro. Allo stesso tempo l’Europa si è scoperta fragile, incapace di guardare oltre i propri confini e i propri interessi immediati.
L’invecchiamento della popolazione, la crescita delle povertà, soprattutto nelle periferie, l’incertezza del futuro sembrano evocare un tramonto incombente. Le frontiere si sono aperte e si sono chiuse come le porte girevoli di un albergo. Una volta per bloccare i trasferimenti di migranti, un’altra per evitare la diffusione del virus. Un giro di valzer continuo che ha messo a nudo l’anacronismo delle cosiddette patrie. Patrie diventate matrigne nei confronti dei cittadini meno abbienti e senza tutele. In questo contesto, le migrazioni hanno acquisito una doppia valenza. Necessarie alle attività economiche ad alta intensità lavorativa e, allo stesso tempo, utili per essere indicate come capro espiatorio delle angosce e delle paure che si annidano tra la popolazione.
Forse, occorre prendere atto del fatto che il nostro continente sta affrontando una crisi non solo economica, ma anche sociale. In queste condizioni, non può permettersi di trattare con atteggiamenti di superiorità e tracotanza le cosiddette nazioni povere, le cui povertà e miserie si presentano alle nostre frontiere scalze e infreddolite dall’acqua marina. Si continua a diffondere l’allarme di un’invasione permanente e di un’inevitabile sostituzione demografica. Narrazione fraudolenta, alimentata da populismi e sovranismi dalle mille sfaccettature. Da chi rivendica la “preferenza nazionale” a chi promuove la rievocazione del razzismo biologico.
Ora, nel 2019, si calcolava che, a livello mondiale, 272 milioni di persone si fossero allontanate dal proprio paese o luogo di residenza, circa 1 individuo ogni 30 abitanti del pianeta, ossia il 3,5% di una popolazione di 7,6 miliardi di persone. L’Europa intera, non solo la UE, ospiterebbe circa 89 milioni di migranti, mentre l’Asia 77,5 milioni, l’America circa 70 milioni e l’Africa 26,3 milioni. Ovviamente questi dati non stanno a significare degli spostamenti da continente a continente. I flussi più importanti interessano le migrazioni infra-asiatiche e africane, in continua crescita.
Per quanto riguarda l’Europa a 28, i cittadini immigrati erano, sempre nel 2019, 41,3 milioni. E una buona parte di questi erano cittadini dell’Unione Europea emigrati in un altro stato membro. Guardando con maggiore attenzione le cause delle spinte migratorie, si può constatare che la crescita continua della mobilità umana contemporanea venga scatenata soprattutto da disastri ambientali più che da guerre e dalla mancanza di una sovranità alimentare. Tali migranti forzati, ad oggi, rappresentano la ragguardevole cifra di 79,5 milioni di persone. Di questi il 40% è costituito da bambini, 26 milioni di rifugiati e 4,2 milioni di richiedenti asilo. Ma 24,9 milioni sono rifugiati ambientali. Il degrado del pianeta colpisce soprattutto quelle aree che già hanno una somma di gravi piaghe di povertà, come la fascia subsaheliana e una parte del subcontinente indiano.







