L’avventura del farsi prossimo
Ho seguito l’incontro del papa con gli Istituti missionari italiani, è stato molto emozionante. Che cosa può dirci a riguardo? Luca, Roma
Ho visto anch’io, in televisione, questo evento. Mi è piaciuto molto quando si dice, per esempio, che i missionari fanno capire alla chiesa di oggi che il vecchio colonialismo (dall’Europa al resto del mondo) è finito. La missione non è più “a senso unico”, ma è un dare e un ricevere, un interscambio. Guardiamo, per esempio, alle vocazioni (presbiterali e religiose). Ormai fioriscono in nazioni che, per anni, hanno accolto i missionari. Sarà lo Spirito Santo a darci la forza di accettare questa sfida, non certo facile. La chiesa e ogni cristiano non si chiude in sé (oggi c’è ancora disumanità e paura), ma è universale; si apre e si dona all’altro, pur diverso da me.
Un altro aspetto: ai missionari e ai cristiani serve la gioia del vangelo, una gioia profonda, che si manifesta nei gesti, nelle parole, nel modo di vivere le relazioni, nel dialogo, nel saper accogliere e condividere... “Gli uomini e le donne di oggi hanno bisogno di vedere persone che abbiano nel cuore la gioia del Risorto, che sono stati attratti dal Signore... Questa testimonianza dice la bellezza del Vangelo, attira alla gioia di credere in Gesù e ancorarsi a Lui”.
Sempre papa Francesco: “Anche la chiesa italiana ha bisogno di voi, della vostra testimonianza, entusiasmo e coraggio nel percorrere strade nuove per annunciare il vangelo. Ha bisogno di rendersi conto che i popoli lontani, venuti ad abitare nei nostri paesi, sono gli sconosciuti della porta accanto. Anche gli italiani della porta accanto, i nostri concittadini. È necessario riscoprire l’affascinante avventura del farsi vicini, di diventare amici, di accogliersi e di aiutarsi”.
Leggendo il messaggio per la Giornata mondiale dei poveri di quest’anno, scopriamo che quello che rende credibile la nostra missione è metterli al centro, entrando nel loro cuore e mondo. Ma fare questo è scomodo, poiché i poveri “contestano l’ingiustizia di questo mondo, le sue strutture inique, i suoi meccanismi disumani, la sua economia dello scarto... Con la loro presenza e carne ferita, rappresentano la crepa più pericolosa dell’edificio di questa società…”. Per don Primo Mazzolari il povero è una polveriera. Se le dai fuoco, salta il mondo.
“Per restituire speranza - continua il papa - basta poco: fermarsi, sorridere, ascoltare, andare incontro, invitare a casa per il pasto… I poveri ci salvano perché ci permettono di incontrare il volto di Gesù Cristo.
Si possono costruire tanti muri e sbarrare gli ingressi per illudersi di sentirsi sicuri con le proprie ricchezze a danno di quanti si lasciano fuori. Non sarà così per sempre. La condizione di emarginazione in cui sono vessati milioni di persone non potrà durare ancora a lungo”. Ma non basta essere tristi e indignarsi. Ci vuole un “cristianesimo dagli occhi aperti, capace di fare la differenza e di trafiggere, con coraggio, il muro dell’indifferenza, della paura e dell’odio”.







