L’avvenimento: I tremila giovani di Uvira
Giorni di grazia, alba di resurrezione
Partenza in salita. Abbiamo incominciato la preparazione già dal gennaio di quest’anno. La sessione preparatoria è stata travagliata, a causa dell’assenza imprevista del primo responsabile. Il volo aereo che l’avrebbe dovuto portare qui dalla missione di Nakiliza, a 350 chilometri da Uvira, era stato annullato. Inoltre, un problema in seno agli incaricati di avviare l’organizzazione, rischiava di far morire il congresso al suo nascere. Grazie a Dio, il problema è stato superato.
Tutto il cammino è stato in salita
È stata un’audace impresa, già a partire dalla semplice idea di un congresso con 3.000 giovani provenienti da tutti gli angoli di una regione senza strutture stradali. A Uvira, devastata da sei anni di guerra e dalle alluvioni della scorsa stagione delle piogge, la gente non riesce a ospitare neanche i propri parenti. E noi volevamo accogliere tremila giovani? E la sicurezza? E l’igiene? E l’organizzazione della ristorazione? E i costi? ...Quanti problemi! quanti timori!
È stata una durissima corsa, una via crucis o meglio, un cammino pasquale. Perché ogni prova ha avuto il suo esito positivo. Quanti passaggi di passione e di resurrezione! Dicevo a me stesso: “Questo congresso sarà una grande cosa per i giovani, perciò le forze degli inferi ci si accaniscono contro. Ma non prevarranno!”. Quando poi ho visto che anche le due giornate del congresso sono state segnate da qualche colpo mancino su cose importanti, mi sono sentito smarrito. Non avevo ancora capito che il bersaglio non era il congresso in sé, ma la nuova pastorale dei giovani che ne deriva. Dobbiamo aspettarci di ricevere altri colpi: segno che abbiamo imboccato la buona strada verso la resurrezione.
Lo spirito che ha animato il congresso
Alle crisi dei giovani si deve rispondere concretamente e con verità, evitando il pericolo della manipolazione così facilmente operata da parte di certi gruppi di potere. Ci siamo perciò messi nel clima dello Spirito e del Salvatore.
Le sessioni preparatorie, i questionari, il lavoro di preparazione immediata per rendere i giovani veri “protagonisti” anche nelle relazioni e i dibattiti durante il congresso... tutto è stato fatto con senso ecclesiale, cioè in spirito comunitario.
Per la prima volta, una massa così imponente di giovani di tutta la diocesi si è stretta intorno al vescovo, per guardare in faccia a problemi cruciali. I “tremila” sono stati organizzati in 50 gruppi di 60 giovani. Ogni gruppo è stato accolto fraternamente da dieci giovani della cattedrale. Come piccole comunità di base, ogni gruppo aveva la sua “casa” in un’aula delle scuole vicine alla cattedrale, con la cucina e le mamme cuoche: cento mamme volontarie hanno pensato ai pasti per tutti. Così i giovani hanno vissuto una bella esperienza, evitando il pericolo di confusione e di pericolose “infiltrazioni” di gente che avrebbero potuto rovinare tutto.
Per favorire questo clima ecclesiale, le parrocchie hanno preparato i giovani a viaggiare in spirito di pellegrinaggio, dopo aver celebrato comunitariamente il sacramento della confessione.
Un avvenimento veramente ecclesiale
Nell’intimo del cuore, avevo sperato di poter gustare una “giornata da pentecoste”! Se quei due giorni non sono stati una “pentecoste” a modo mio, certamente sono stati due giorni di grazia, un “tempo di Dio”.
Anche lo spettacolo visivo è stato stupendo: una massa in bianco di giovani vestiti di magliette con il logo del congresso (senza sponsor!), con berretti di quattro colori (giallo, verde, rosso e blu) secondo le parrocchie di provenienza. Una massa che cantava e danzava. Uno spettacolo suggestivo: nell’arrivo dei pellegrini a piedi per gli ultimi chilometri, nelle assemblee, nei movimenti, nei viaggi in camion, nei concerti e nelle danze... Insomma, è stata una grande festa, un bagno di ecclesialità! Ma è stato un “avvenimento” soprattutto per i valori che abbiamo vissuto e per gli obiettivi che abbiamo preso di mira.
“Umoja na papa - umoja na askofu”: questo è stato il grido di saluto che il salesiano padre Jean Marie aveva preparato per i giovani. Significa, “unità con il papa - unità con il vescovo”. Ed è subito entrato nel cuore di tutti. Una risposta alle divisioni che la chiesa di Uvira ha conosciuto negli anni passati.
I buoni propositi da realizzare
Queste giornate hanno favorito il risveglio dei giovani, per prendere in mano la propria vita, da protagonisti, partendo dal progetto di costruire una famiglia serena e cristiana, cellula viva di ogni promozione personale e sociale.
Hanno preso coscienza di essere loro, come individui e come gruppo, l’avvenire e la speranza della chiesa e della nazione. L’inno del congresso, composto da don Joseph Bahane, parte proprio con queste parole: “Sisi vijana ni matumaini ya Eklezya - Noi giovani siamo la speranza della chiesa”.
I nostri giovani, che stanno attraversando una crisi di personalità, possono ri-animarsi nella verità.
I giovani hanno lanciato l’allarme contro il consumismo, che comincia a dilagare anche a Uvira e che spazza via ogni valore cristiano e umano-africano. Le ragazze hanno fatto suonare il grido di sveglia, per diventare protagoniste della propria vita, liberandosi dalla loro condizione di merce matrimoniale.
Sono decisi a diventare protagonisti della fede, per reagire all’infiltrazione delle sètte, finanziate dalle multinazionali per mettere in crisi la chiesa cattolica e i valori sociali dell’Africa.





