L’altro lato del tornare… bambini
Il filosofo e scrittore Silvano Petrosino, in una recente conferenza, ha esposto alcuni concetti che sono applicabili a tutti noi e in particolare alle nuove generazioni. “Vogliamo essere sempre connessi, perché abbiamo sempre una grande incertezza sulla nostra identità; vogliamo farci riconoscere dagli altri e sottolineare continuamente che esistiamo”.
Quanto è vero!
Se per un minuto non siamo attaccati alla chat sullo smartphone sembra che ci manchi l’aria, perché nessuno ci scrive o ci considera. Il nostro modo di comunicare deve essere a pioggia: più comunicazioni sono aperte contemporaneamente e più ci sentiamo vivi, al centro del mondo. E così camminiamo per le strade ricurvi sui nostri apparecchi, senza più alzare lo sguardo. Il nostro interlocutore lo consideriamo solo quando ci arriva a un palmo di naso. In questo modo, viene meno la fase della riconoscibilità a distanza. Mi spiego: se cammino a testa alta e guardo avanti o di lato, ho il controllo della situazione, riconosco chi c’è intorno a me, sono più aperto al colloquio, al confronto. Se, al contrario, cammino a testa bassa, fissando uno schermo e digitando in maniera frenetica una tastierina, chiedo di essere identificato da un mondo che è esterno a me, ignorando quello che mi circonda.
Questo stare connessi ci porta poi ad avere più paura, perché non individuiamo più chi cammina vicino a noi e le persone reali sono, al contrario, quelle dei mondi fatti di internet e social media.
Per Petrosino il rapporto d’amore o un’autentica amicizia non necessitano di...
un contatto continuo e di una conferma quotidiana, come invece accade per i bambini con la mamma. “L’uomo di oggi chiede assiduamente prove di esistenza, con la retorica dell’urgenza: tutto deve avvenire subito”. Sembra uno slogan di questo secondo decennio del duemila. Massima velocità, massima presunta efficienza, poca riflessione. Non si attende più, tutto deve andare al ritmo della… banda larga. Come ci lamentiamo se una connessione internet è lenta, così non accettiamo se qualcuno non sta al passo. Se una risposta tarda ci innervosiamo, perché tutto è urgente: un sms, la mail, l’invito postato.
I social media diventano un indice di gradimento, amplificano un certo delirio di onnipotenza e ci danno l’illusione di crederci qualcuno.
Spesso, davanti a questa piazza virtuale, non sappiamo cosa dire, ma vogliamo dirlo a tutti i costi e finiamo per condividere messaggi confezionati senza verificarli, tanto per raccogliere audience. In questo meccanismo, tutti (giovani ma anche adulti) torniamo a essere adolescenti.
L’alternativa potrebbe essere quella di...
dare la giusta priorità e l’adeguato tempo a ogni aspetto delle nostre esperienze di vita (Petrosino, provocando, sostiene che d’estate è meglio andare al mare e fare nuove amicizie piuttosto che studiare l’inglese). Il rischio è quello che le cronache di queste settimane evidenziano.
Il fallimento e la sconfitta, anche in campo sentimentale, sono avvertiti come un giudizio definitivo sulle nostre esistenze, su chi siamo.
Sono sentenze e non un aspetto della nostra vita, qualcosa che può succedere, per quanto doloroso. Perdendo il senso delle cose, ribaltiamo i valori: i nostri animali domestici sostituiscono le persone, la chat e il web diventano relazioni in carne ed ossa. Così, ci scopriamo comunicatori iperattivi che nascondono un malessere profondo.







