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Intervista a p. Savio Corinaldesi, saveriano in Amazzonia

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Padre Savio, vuoi presentarti agli amici di Missionari Saveriani?

Sono nato a Jesi, in provincia di Ancona, 62 anni fa. Da ragazzo sono entrato nel seminario diocesano e, più tardi, in quello regionale di Fano.

Come mai dal seminario sei finito tra i Saveriani?

Fin da ragazzo mi sono interessato alle missioni. Ne leggevo le riviste, ascoltavo i missionari che ci visitavano, confrontavo la situazione della mia diocesi con quella dei paesi ancora non evangelizzati. E sono arrivato alla conclusione che la Chiesa di Jesi non sarebbe stata vera Chiesa "cattolica" (universale) se non fosse anche al di là dei suoi confini territoriali. Poco a poco capii che il Signore mi voleva missionario. Nel 1959 entrai nella Famiglia saveriana. Nel 1968 partii per il Brasile.

Come vedi ora, dopo 30 anni, la tua esperienza missionaria?

Missionario non si nasce. Ogni giorno si impara, e non si arriva mai. Ho avuto la grazia di vivere in Amazzonia, in mezzo a gente marcata da situazione di estrema precarietà; povertà che diventa miseria, violenza, sfruttamento, corruzione politica e  amministrativa e aumento vertiginoso degli emarginati: senza terra, senza casa, senza lavoro, senza assistenza medica, senza voce ... senza nulla. Lì la fede non è contrastata dall'incredulità ma dall'ingiustizia.

Vuoi spiegarti meglio?

Il popolo brasiliano è estremamente religioso. Dio, la Madonna, i santi, i fenomeni religiosi appaiono ovunque, nella bocca della gente e nei nomi delle botteghe, delle strade, delle imbarcazioni, dei complessi musicali, nelle canzoni di moda, nelle magliette. La problematica religiosa è presente nelle "novelas", nelle pagine dei giornali e delle riviste, nei discorsi dei politici.

Non si contano i luoghi di culto ed i gruppi religiosi di ispirazione cristiana o spiritistica, africana o orientale. È difficile trovare brasiliani che non credono in Dio. Il problema è sapere a quale Dio si crede. Tale situazione ci ha portato a dare una grande importanza nella nostra pastorale alla Bibbia. La lettura della Bibbia, fatta soprattutto comunitariamente nelle comunità ecclesiali di base, ha prodotto frutti preziosi, illuminando la fede e dandole concretezza.

E l'ingiustizia?

Il Brasile è un paese ricchissimo. Attualmente è considerato la decima potenza mondiale. Ma il popolo brasiliano è vittima di una delle più ingiuste distribuzioni dei beni di cui si abbia memoria. Le sue risorse sono saccheggiate senza scrupoli dalle multinazionali e depredate da gruppi economici, pochi e potenti. Siamo un paese con tecnologia di primo mondo e servizi sociali preistorici. Nei 30 anni che ho passato in Brasile ho visto enormi progressi tecnici e spaventoso aumento delle masse impoverite.

Si tratta di un vero e proprio scandalo perché tanta ingiustizia avviene in un paese che si inorgoglisce di essere cristiano ed è perpetrata da persone che si dicono cristiane. Per questo la lotta per la giustizia che è parte integrante di qualsiasi evangelizzazione, nel Brasile diviene un obbligo urgente e gravissimo.

In concreto, cosa fare?

La Chiesa cattolica gode di un notevole prestigio nella società brasiliana. Prestigio che si è conquistato con grandi sofferenze e con il sangue dei suoi martiri: laici e laiche, sacerdoti e religiosi, suore e vescovi che negli anni della dittatura militare hanno coraggiosamente denunciato la negazione delle libertà civiche, la concentrazione del reddito, le arbitrarietà e le torture contro chi non si assoggettava passivamente, ricevendone in cambio calunnie, prigione, persecuzione e morte.

Le organizzazioni popolari hanno trovato nella Chiesa appoggio, aiuto e difesa anche nei momenti più dolorosi. I documenti della Conferenza episcopale del Brasile hanno un valore universale per il coraggio e la concretezza del loro messaggio. La Chiesa vuol essere "buona samaritana" e liberatrice. Non ha senso celebrare un culto nel tempio, se sul sagrato giacciono i "bambini di strada" o i contadini espulsi dalle loro terre dal latifondo selvaggio.

Sei venuto in Italia da pochi giorni. Che impressione ne hai avuto?

Tutte le volte che vengo in Italia, dopo anni di lontananza, resto sbalordito dalla quantità di cose belle e buone che gli italiani possiedono. I supermercati, le strade con innumerevoli macchine, le mense imbandite. Penso: "Come sarebbe bello se anche i brasiliani, gli africani, i popoli dell'Asia, tutti potessero godere di tale abbondanza!". Ma qualcuno mi avverte: "No, se tutti i popoli volessero lo stesso livello di vita nostro, le risorse mondiali si esaurirebbero rapidamente. Questo modello di vita può perdurare solo se continuerà limitato a una parte dell'umanità!".

Allora io non ci sto più. lo, che credo in un Dio padre di tutti e non solo degli italiani, mi rifiuto di ammettere tanta parzialità nella distribuzione dei beni. Tanto più che vedo sotto i miei occhi uno spreco insensato dei doni di Dio. Basta avvicinarsi ai cassettoni dei rifiuti. Basta osservare le malattie più frequenti degli italiani. Noi sprechiamo i doni di Dio, ci ammaliamo perché li usiamo male, viviamo insensatamente.

Credo che dovremo fare una nuova evangelizzazione dei cristiani italiani, a partire dall'uso dei beni. Come testimone oculare della situazione di miseria in cui vivono milioni di figli di Dio dall'altra parte dell'oceano, sento la necessità di dire ai miei fratelli, alle mie sorelle italiane: "È ora di fare comunione!". In un tardo pomeriggio, nella Galilea, le folle erano affamate. Gli apostoli proposero a Gesù: "Mandali via affinché ciascuno si cerchi da mangiare". Gesù non fu d'accordo: "Niente affatto. Date loro voi stessi da mangiare!".

E Gesù prese il pane, rese grazie e lo diede ai discepoli, ed essi lo distribuirono alla folla. E tutti ne ebbero d'avanzo. La sapienza che Dio ha messo nella creatura umana le ha permesso di sviluppare tecniche che permettono la produzione di beni più che sufficienti per tutta l'umanità presente e futura. Purtroppo ci manca la capacità di ricevere dalle mani di Dio e distribuire agli altri. I doni di Dio ce li teniamo per noi. Siamo così diabolici che riusciamo ad annullare il miracolo della moltiplicazione dei pani.



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