Intervista a p. Aldo Vagni: Prete da 50 anni, Messa d'Oro
Padre Aldo Vagni si trova nella comunità di Ancona da più di dieci anni, dopo averne trascorsi quaranta in Congo. Nella sua bella età (sono settantasei), continua a essere un infaticabile missionario: è guida spirituale di vari gruppi. Il 16 marzo ha celebrato il cinquantesimo della sua ordinazione sacerdotale. Cogliamo l’occasione per fargli gli auguri e anche... qualche domanda.
Che significa per te essere missionario?
Prima di tutto, è un grande dono di Dio. Noi non abbiamo fatto nulla per meritarcelo. Il giorno in cui sono stato consacrato, ho sentito che il Signore mi ama a tal punto da farmi questo grande dono. Il nostro compito è quindi aiutare a far conoscere e amare Cristo, far conoscere che lui ci ama per primo. Per me essere missionario è tutto qui. Perciò anche i momenti di sofferenza li ho vissuti con gioia.
Cosa ti ha insegnato l’Africa?
Tanti valori. Soprattutto la donna, come mamma e sposa, ha valori umani e cristiani profondi. Non si stanca mai di dare, di lavorare per il bene degli altri. Negli anni ’70 noi saveriani abbiamo fatto uno studio per vedere quali fossero i valori della famiglia congolese. È emerso che quasi tutto il peso della famiglia e le responsabilità sono della donna.
E l’uomo cosa fa?
Spesso l'uomo è più riservato della donna, ma anche lui ha una grande qualità: la capacità di dare. Ricordo una decina di diaconi, sposati e papà. Con loro abbiamo costruito le comunità cristiane viventi: in ogni parrocchia ce ne potevano essere anche un centinaio, sparse su tutto il territorio. Queste persone mi hanno insegnato tanto. Ogni giorno dedicavano ore ad aiutare i loro fratelli, senza essere retribuiti.
Le cose belle degli africani?
La generosità, la capacità di amare, il saper dare e donarsi. Molte volte abbiamo il pregiudizio che l’africano sappia solo chiedere; è vero il contrario. Qualche esempio. Alcuni ragazzi chierichetti non si limitavano ad accompagnare la liturgia, ma il sabato coltivavano un campo e il guadagno del loro lavoro lo usavano per aiutare i loro compagni che non avevano soldi per comprare quaderni e penne. Anche le mamme facevano qualcosa di simile. Il venerdì andavano a coltivare il campo della comunità vivente e il ricavato andava nella cassa comune che aiutava i più poveri e i malati. Alcuni uomini cristiani, dopo il lavoro, andavano ad aiutare le loro mogli nei campi, scandalizzando gli altri perché così "violavano le tradizioni".
Hai mai sentito Dio lontano?
Per cinque mesi, nel 1964, i ribelli mulelisti ci hanno tenuti sequestrati minacciando continuamente di ucciderci. La prima sera mi dissero: "domattina ti ammazziamo". Avevo paura. Ma più che paura della morte, dato che ero certo che avrei incontrato il Signore, provavo una grande desolazione. Mi veniva il pensiero di uccidermi. In una boccetta, avevo circa ottocento pillole antimalariche. Sapevo che se ne avessi prese dodici sarei morto. Ecco temevo di fare quel gesto, allora presi la boccetta e la diedi alle guardie. Poi mi misi a leggere il vangelo e scelsi proprio il racconto di Gesù che nell’orto degli ulivi suda sangue. Allora ho capito che la morte fa paura. E che quella paura potevo vincerla facendo come Gesù: pregare e aspettare... Lì ho capito che Dio non ti lascia mai solo.
Cosa consigli ai futuri saveriani?
La vocazione missionaria è una cosa molto vera. Ne era convinto anche il beato Conforti, dicendo che "Dio non poteva essere più buono con noi" quando ci ha dato questa vocazione. Per cui, il mio consiglio ai giovani è questo: non perdete tempo; studiate le lingue e la teologia spirituale; preparatevi, perché il cammino è lungo e non dovete venir meno!








