Indonesia-Roma, via Camerun: A tu per tu con p. Yakobus
Tra i saveriani che in questi mesi sono ospiti del collegio Conforti, in via Aurelia a Roma, abbiamo incontrato p. Yacobus Sriyatmoko, al quale abbiamo fatto questa intervista che pubblichiamo per la gioia di tutti gli amici dei missionari saveriani.
Da dove vieni?
Sono nato nella cittadina di Karanganyar, nell'isola di Java, in Indonesia. Sono terzo di sette figli e ho 44 anni. Sono entrato nella casa di formazione saveriana quando ne avevo 26. Insegnavo chimica in una scuola superiore e, come gli altri giovani, pensavo di sposarmi e formare una famiglia.
Come è nata la tua vocazione?
Un giorno ho partecipato a una novena dedicata a santa Teresa del Bambin Gesù, patrona delle missioni. In quel momento ho avvertito il desiderio di essere missionario e di lasciarmi abbracciare dal Signore. Attraverso una rivista cattolica, ho cercato un istituto missionario e ho trovato il nome dei saveriani, ai quali ho scritto subito. La risposta è arrivata dopo circa sei mesi. Un saveriano è venuto a trovarmi a casa e così è cominciato il mio cammino.
Cosa ti ha colpito dei saveriani?
Ho apprezzato fin dall'inizio la spiritualità e il carisma. Verso i formatori ho cercato di essere trasparente e di manifestare quello che ero, affinché mi aiutassero a capire la mia vera vocazione. Nel 2002 sono stato ordinato sacerdote, poi i superiori mi hanno subito mandato in Camerun, dove ho passato sette anni.
Cosa facevi?
Avevo due compiti: la pastorale in parrocchia e la formazione dei giovani saveriani. La parrocchia si trova alla periferia di Yaoundé e ha circa 11mila cristiani, ma coloro che partecipano regolarmente alla vita della comunità e alle celebrazioni liturgiche sono circa 1.500 persone. Eravamo tre saveriani: il rettore della teologia, il parroco, e io come collaboratore.
Quali erano le vostre priorità?
Abbiamo privilegiato la formazione dei laici delle comunità di base. Io ero responsabile di questo settore. Preparavo ogni mese quattro schede che venivano poi utilizzate nei vari gruppi durante la settimana. In questo modo i cristiani delle comunità approfondivano un tema alla settimana, che veniva poi fatto oggetto di preghiera.
Negli ultimi due anni abbiamo scelto il tema della carità e della pastorale sociale. Infatti, ci eravamo resi conto che i nostri cristiani con una certa facilità separavano la fede e la preghiera dalla vita e dall'impegno quotidiano concreto.
Avevate dei non-cristiani?
Nelle nostre comunità di base la maggioranza è formata da cristiani. Ma ci sono anche i non cristiani, per i quali la parrocchia organizza un cammino specifico. Gli adulti hanno la possibilità di fare il cosiddetto catecumenato, una preparazione che dura circa due anni.
Abbiamo una quarantina di catechisti e coordinatori che accompagnano i catecumeni, oltre che i bambini già battezzati. A me piaceva molto questa attività con i catecumeni e ogni settimana avevo un incontro con loro. In generale sono persone già adulte, ma ci sono anche vari giovani che aderiscono.
Hai lavorato anche nella formazione dei teologi...
A Yaoundé ospitiamo circa 20 studenti di teologia. Non tutti sono originari del Camerun, ma provengono da varie nazioni: Congo e Burundi, Indonesia e Bangladesh, Messico e Brasile, e anche dall'Italia.
Naturalmente, la convivenza tra persone così diverse non è sempre facile. Vivere insieme diventa un grande laboratorio. La nostra comunità è diventata persino un esempio per la gente e per i cristiani delle comunità di base, che spesso non riescono a vivere e a lavorare insieme. Nonostante le difficoltà e la diversità di provenienza e di cultura, riusciamo a volerci bene e a vivere come fratelli.
Cosa ti è piaciuto di più della missione in Camerun?
Ho sperimentato che la missione consiste soprattutto nel farsi prossimo e nell'ascoltare le persone con semplicità, simpatia e disponibilità. Incontrando la gente, si possono condividere le gioie e le difficoltà, ma anche la fede e la speranza. E loro sono veramente contenti quando trovano in noi missionari qualcuno che sa fermarsi, accoglierli e ascoltarli. Ma più li ascoltavo, più mi accorgevo che ricevevo da loro una ricchezza inestimabile.
Come ti trovi qui in Italia?
Ho partecipato al corso dei tre mesi a Tavernerio (Como) insieme a tanti altri missionari e sono rimasto molto soddisfatto per tutto ciò che ho ricevuto a livello di formazione, e anche per la bella esperienza di fraternità. Inoltre, ho passato due mesi a Parma, dove ho vissuto un'esperienza indimenticabile.
Infatti, fin dai primi anni della mia formazione in Indonesia, desideravo tanto conoscere di più la vita, la storia e il pensiero del nostro fondatore san Guido Conforti. Finalmente ho avuto questa opportunità. Sia a Tavernerio, sia a Parma ho "divorato" vari libri sulla vita di san Guido. Più che fare passeggiate e visitare luoghi turistici, in questi mesi ho dedicato tanto tempo alla lettura personale, e non me ne pento.
Che differenze hai notato tra Indonesia e Italia?
Gli asiatici, in generale, sanno accogliere molto bene le persone e, quando possono, organizzano una piccola festa come segno di gioia per la loro presenza. Da noi, in Indonesia, possiamo visitare la casa degli altri in ogni momento della giornata, senza avvisare prima.
In Italia questo non si può fare, perché troveresti le case vuote. Ho notato che in Europa c'è un'altra cultura e un altro modo di rapportarsi. Ma noi missionari dobbiamo saper accettare ogni popolo con le sue ricchezze e le sue diversità.
I tuoi progetti per il futuro?
I superiori mi hanno chiesto di andare in Indonesia e lavorare nella formazione. È per questo motivo che ora sto frequentando, qui a Roma, un corso all'università Salesiana, che mi permetterà di svolgere meglio questo compito. In Indonesia, i saveriani italiani sono piuttosto anziani e c'è bisogno di formatori giovani che possano accompagnare le vocazioni locali, che sono numerose.








