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Indipendenza e unità delle nazioni, Una proposta missionaria

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Cinquant'anni fa, nel 1960, diciassette Stati africani hanno guadagnato con l'indipendenza la dignità di nazioni libere dal colonialismo. Vale la pena nominarle in ordine alfabetico: Bénin, Burkina Faso, Camerun, Centrafrica, Ciad, Congo Brazzaville, Congo RD,  Costa d'Avorio, Gabon, Madagascar, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria, Senegal, Somalia, Togo.

Mezzo secolo di storia, mezzo secolo di vita per un terzo del continente africano, è un'occasione per tornare a parlare di questa porzione del mondo così vicina all'Italia. Per i popoli africani è anche un'occasione per riflettere sul passato recente in vista del prossimo futuro, da impostare come nuovo progetto per una maggiore dignità di vita. Questo si attuerà non in modo indipendente, ma in collaborazione responsabile con le altre nazioni, in Africa e nel mondo.

Le pagine centrali di questo numero propongono "il caso" di una delle 17 nazioni indipendenti: la repubblica democratica del Congo. Un caso per tutti, certo. Ma c'è una ragione. Tre saveriani - p. Giuseppe e p. Franco e p. Donatien - hanno avuto l'incarico di pensare e preparare proposte utili all'animazione missionaria della chiesa e della società nella regione del Kivu.

Hanno pubblicato un libretto interessante dal titolo un po' patriottico, "Aimons notre pays - Amiamo il nostro paese". L'hanno messo a disposizione delle comunità ecclesiali viventi (cev) per valutare il passato (spesso drammatico) e iniziare un futuro di maggiore speranza. Il progetto mira a "riappropriarsi dell'indipendenza" attraverso una maggiore consapevolezza e partecipazione dei cittadini.

Anche l'Italia ha una ricorrenza in arrivo: i 150 anni dell'unità nazionale, quasi anticipati dal presidente della repubblica nel suo discorso del 5 maggio per la "partenza dei mille". Ne ha parlato ampiamente anche il cardinal Bagnasco nel discorso di apertura dell'assemblea generale dei vescovi il 24 maggio. Ha messo in evidenza l'importanza dell'evento e del cammino fatto, per la nazione e per la chiesa. Ha impegnato la chiesa italiana a partecipare "da dentro", con lo sguardo rivolto in avanti, per il meglio di tutti.

"L'unità del Paese resta una conquista e un ancoraggio irrinunciabili; per questo servono visioni grandi per nutrire gli spiriti, vincendo paure o resistenze, e recuperando il gusto di pensarci come un insieme vivo e dinamico, consapevole e grato per la propria identità, e per questo accogliente e solidale con quanti approdano con onestà e impegno alla ricerca di un futuro più umano". E ancora: "Desideriamo contribuire a un nuovo innamoramento, alimentare la cultura dello stare insieme, decidere di volersi più bene...".

Al di là dell'auspicio "volemose bene!", sono certo che i nostri vescovi e le nostre grandi associazioni cattoliche vorranno imitare la modesta ma valida proposta della chiesa missionaria congolese: preparare qualche sussidio di animazione per favorire la riflessione, la valutazione e l'impegno comune dei credenti e dei cittadini di buona volontà, per riappropriarci dell'unità e trasformarla in un nuovo progetto nazionale equo e solidale.

Mi dispiace solo che per esemplificare la "missione dell'Italia nel mondo", sua eminenza accosti gli esempi: "da una parte i nostri missionari e dall'altra le nostre forze di pace presenti in diverse zone del pianeta". Non che i missionari siano contro i nostri giovani volontari.

Ma accostare le cosiddette "missioni di pace" alle "missioni cattoliche", quelle richieste e autorizzate da Cristo Signore per predicare ai poveri il suo vangelo, è davvero... una nota stonata!



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