Il Triduo Eucaristico
Un’antica pratica religiosa che ho trovato arrivando ad Alzano è stata quella del Triduo dei morti, legata strettamente alle Quarant’ore. Sono stato a Barzizza, ad Olera e a Gandino in varie occasioni. Ogni chiesa, in maniera diversa, solennizza davvero questa pratica.
Vedere ad Olera, nell’ultimo Triduo al quale ho partecipato, 16 uomini con addosso una cotta ed in mano un grosso cero salire ai piedi dell’altare, genuflettersi, fare l’inchino al santissimo Sacramento e rientrare nella navata al loro posto, sempre col cero acceso in mano, è stato come rivivere l’epoca della mia infanzia, quando queste espressioni religiose erano una consuetudine.
Non voglio lamentarmi dei tempi cambiati, della fede persa e così via... Voglio invece chiedermi cosa può spingere un gruppo di giovani e adulti a genuflettersi, a portare il cero e a restare un paio d’ore per tre giorni consecutivi a partecipare a quella liturgia con tanto di Rosario, Eucaristia con omelia e Adorazione con la cerimonia del cero.
La tradizione può giocare un ruolo importante. In quei gesti, tramandati dai nonni e dai padri, anche se oggi non corrisponde più una costante e attiva partecipazione alla vita ecclesiale, c’è comunque un sentimento di rispetto e di adesione ad una fede e ad un credo che ha portato quegli uomini, ormai per noi antichi, a riconoscere il Signore, il Creatore nella presenza dell’Ostia consacrata. Non un sorriso, non un gesto fuori posto, ma la consapevolezza di appartenere ad un passato importante che proprio lì, tra i sassi con cui sono fatte quelle case antiche e belle, è nato e cresciuto, secoli fa, il Beato Tommaso.
E quando si parla del Beato Tommaso, nessuno scherza ad Olera. Nonostante la vita di questi ultimi tempi, difficili e complicati, che hanno allontanato tanti dalla pratica religiosa, chi sale al paese per il Triduo spera di sentire dentro di sé riaccendersi il desiderio di una fede sopita, ma mai spenta. Una forza che ha sorretto, in tempi davvero grami, i loro padri.







