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Il primo amore non si scorda, L’orfanotrofio di Satkhira

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Non mi vergogno di dirlo: sono stato innamorato e lo sono ancora. Parlo di 63 anni fa, quando i miei genitori mi avevano messo al collegio "Benozzi" per verificare se la mia intenzione di farmi prete era una cosa seria. È lì che incontrai don Baracca, un missionario salesiano tornato dall'India per un po' di vacanza. Era scappato da casa e senza il permesso dei genitori è diventato sacerdote; ha lavorato per anni a Krisnagar, nella grande diocesi di Calcutta, con l'incarico di assistere i bambini orfani. Da quell'incontro è sbocciata la mia vocazione missionaria, la mia passione per il Bengala e l'infanzia abbandonata.

Il sogno si è realizzato

Nel 1950 entrai nel seminario di Cremona, dove ogni anno venivano i saveriani a parlare delle missioni. Tra questi c'era mons. Dante Battagliarin, vescovo di Jessore, nel Bengala Orientale. La vocazione cresceva irresistibile e alla fine del liceo, decisi con altri tre compagni di entrare tra i missionari saveriani. Era il 12 settembre 1957, quando iniziai il noviziato a Ravenna. Un anno dopo cominciai a Parma gli studi di teologia.

Il 15 ottobre 1961 l'ordinazione sa­cerdotale ha coronato il mio primo sogno d'amore, che si è poi compiuto con l'invio in missione nell'Est Pakistan, ora chiamato Bangladesh. Qui arrivai dopo settimane di nave e un periodo di permanenza a Calcutta, durante il quale visitai la missione di Krisnagar che confina con la diocesi affidata ai saveriani.

Finalmente, il 2 ottobre 1962 sono riuscito a varcare i confini e arrivare a Jessore, la nostra "terra promessa". Una data indimenticabile, perchè la liturgia festeggia santa Teresa del Bambin Gesù, patrona delle missioni, che noi saveriani onoriamo quanto san Francesco Saverio, di cui portiamo il "cognome".

L'opera di padre Koster

Dopo il primo anno di missione, che è dedicato principalmente allo studio della lingua bengalese e che ho trascorso a Barisal, un'altra diocesi affidata a missionari canadesi, tornai finalmente tra i saveriani per lavorare con loro. Fui inviato a Satkhira, un'area con una popolazione di oltre un milione di abitanti, quasi tutti musulmani e una minoranza hindu. I cristiani erano uno sparuto gruppetto (un migliaio circa), sparpagliati in una decina di villaggi, lontani tra loro una ventina di chilometri.

La missione sorgeva in periferia. Era iniziata per opera di un gesuita olandese di nome Koster, che aveva costruito una bella casa a due piani e un salone adibito a chiesa, scuola e dormitorio. Aveva come nome: "Orfanotrofio Sant'Andrea Bobola" e ospitava una cinquantina di bambini orfani. Il primo saveriano che aveva imparato la lingua bengalese e l'inglese da p. Koster fu p. Mario Chiofi, che diventò il primo parroco saveriano di Satkhira.

Due piani e l'elettricità

Quando arrivai io come aiutante, il parroco era p. Domenico Bello che era spesso in giro nei villaggi lontani e mi esortava ad "arrangiarmi" nella guida dell'orfanotrofio, come aveva dovuto fare lui i primi anni. Per la scuola c'erano quattro maestri locali con un preside cristiano chiamato Daniel. Padre Domenico era un bravo muratore e un vero artista: aveva costruito diverse chiesette nei villaggi limitrofi, ma era stanco e voleva tornare in Italia per curarsi, perchè non stava bene.

Venne a sostituirlo come nuovo parroco p. Serafino Dalla Vecchia, un veterano apostolo dei fuori-casta, chiamato scherzosamente "apostolo dei briganti". Insieme lavorammo per due anni e decidemmo di fare il dormitorio a parte, costruendo un primo piano con i lavandini e i servizi igienici e un secondo piano come infermeria, portando anche la luce elettrica, la novità più apprezzata, di cui si stava dotando la città.

Una tradizione... saveriana

Un'altra novità, molto rivoluzionaria per chi fino a quel momento era abituato a dormire per terra, sono stati i lettini di legno a castello, davvero necessari per il crescente numero degli ospiti, che erano ormai arrivati a 115 bambini. Io ero il finanziatore e p. Serafino l'esecutore, ma era la santa Provvidenza a fare miracoli! La Provvidenza ha continuato a fornire il suo generoso contributo con gli altri parroci. E così sono sorti una chiesa nuova, i portici e le mura.

Mi sembra giusto ricordare tutti coloro che si sono dati anima e corpo in quest'opera importante: p. Rinaldo Bernacchi, p. Sebastiano Tedesco (che sono in paradiso, come p. Domenico Bello e p. Serafino Dalla Vecchia); e infine p. Gabriele Spiga, che è l'apostolo dei disabili nella "Casa della speranza, di cui abbiamo parlato nel numero di maggio.

Il compito di continuare il lavoro e proseguire l'assistenza agli orfani, che non sono meno di allora, tocca oggi al bergamasco p. Enzo Valoti, il cui bel racconto potete leggere su questa pagina.

Ma accanto ai saveriani non si possono dimenticare i numerosi collaboratori: le suore Luigine e gli innumerevoli benefattori, il cui nome è conosciuto solo dal Signore, che hanno contribuito all'educazione umana e religiosa di tanti bambini e ragazzi soli della missione di Satkhira.



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