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Padre Leonardo è rientrato un po’ più tardi del consueto dalla Colombia per gli impegni di altri confratelli. Al di là dei contrattempi, causati anche dalle normative Covid-19 come quarantena e Green pass e altre questioni burocratiche, questo ritardo gli ha permesso di festeggiare i novantasette anni del papà in famiglia il 13 dicembre, Santa Lucia. Ormai sono passati tanti anni dalla sua prima partenza per la Colombia. La situazione è cambiata anche laggiù. I saveriani erano partiti per dare una mano ad una realtà come la grande città in riva all’oceano pacifico, Buenaventura, priva di presbiteri. Oggi i preti ci sono e stanno lavorando nelle varie diocesi. E allora i missionari cosa possono ancora fare? Ascoltiamo p. Leonardo (p. F. Raffaini, sx)

Ai primi di gennaio, mi sono arrivati molti messaggi di auguri per il mio sessantasettesimo compleanno. Tra i tanti c’erano quelli che dicevano che avevo raggiunto ormai l’età della pensione e dunque era tempo di rientrare dalla missione. La mia risposta è stata: il missionario non va in pensione. Una persona, dopo tanti anni di lavoro, ha diritto di ottenerla e parecchi amici e familiari hanno raggiunto questo traguardo però essere missionario non è una professione, ma una vocazione, come essere padre o madre. Un papà o una mamma non finiscono mai di esserlo, cambiano le modalità o le azioni ma restano sempre genitori, così i missionari.

Sicuramente, alla mia età, si comincia a guardare indietro, a fare dei bilanci. Nello stesso tempo si guarda avanti per vedere quello che si può ancora fare, tenendo conto dell’età che avanza. Per carità, non mi sento vecchio, ma gli acciacchi ci sono. Gli anni di missione sono quasi trenta, trascorsi tutti in Colombia, iniziati negli anni ‘80 fino ad oggi e spero, a Dio piacendo, di farne qualcun altro. Sono stati anni di apostolato molto belli e intensi, non privi di difficoltà ma anche di soddisfazione, come sempre nella vita.

La prima tappa è stata la bella esperienza a Buenaventura, città portuale sull’oceano Pacifico. Si trattava di un lavoro soprattutto nella pastorale rurale, nella foresta, visitando e condividendo la vita e il cammino di fede degli abitanti di quegli sperduti villaggi. Era gente povera che sopravviveva con il duro lavoro di boscaioli, cercatori di oro nei fiumi e di coltivatori. Si trattava di persone semplici, ma accoglienti. Ogni volta che arrivavo per loro era un giorno di festa e dicevano “ha llegado el padrecito” (è arrivato il padre). E prendeva avvio il viavai per preparare la chiesetta per l’Eucaristia e gli incontri della catechesi. Questa prima esperienza tra gli afroamericani, cioè i figli degli schiavi portati dall’Africa, ha segnato in modo indelebile la mia vita missionaria.

Dopo questo tratto ecologico, cioè vissuto nel verde lussureggiante della foresta, i superiori mi hanno inviato nella polverosa o fangosa (dipendeva se la stagione era secca o piovosa), ma soprattutto povera periferia di Cali, città di 2 milioni di abitanti. Si trattava di una realtà del tutto diversa dalla precedente. La nostra parrocchia includeva molti quartieri, arrivando a circa 50mila abitanti, immersi in una miseria frutto della mancanza di giustizia sociale. A Cali si poteva toccare con mano la povertà più nera come, in altri quartieri, la ricchezza più sfacciata. Anche lì sono stati anni spesi con la gente, camminando fianco a fianco, cercando di compiere un cammino di fede, di promozione umana e di superamento delle difficoltà che quella vita li obbligava ad affrontare.
Non è stato facile portare avanti le attività pastorali e sociali ma, con il contributo essenziale e provvidenziale dei laici, abbiamo compiuto un bel percorso umano e cristiano che sta dando i suoi frutti.

I missionari sono “nomadi”, non rimangono sempre nello stesso posto. Vanno dove c’è bisogno e così, negli ultimi anni, sono stato spostato a Bogotá, in una parrocchia di 20mila abitanti alla periferia della capitale colombiana, una realtà completamente diversa. La vita di una metropoli così vasta, con problematiche sociali immense, dalle differenze sociali così marcate da sfociare spesso in contrasti come violente manifestazioni di piazza.

Contrasti a livello politico, economico e anche di carattere razziale fanno di Bogotá una realtà complicata e anche nel lavoro di apostolato non sono mancate le difficoltà. La Chiesa colombiana è una realtà dove convivono situazioni diverse: una religiosità popolare molto diffusa tra le persone anziane, una forte indifferenza tra la gioventù e noi presbiteri siamo chiamati a cercare di non perdere i valori dei primi e cercare di recupere i secondi. C’è da dire che, lavorando in questi 12 anni soprattutto nella formazione dei laici e nel dare a loro la responsabilità della crescita della comunità, abbiamo potuto constatare il faticoso cammino, ma anche una bella crescita della comunità cristiana e un impegno fruttuoso pure nel sociale.

Ora, dopo questa occhiata indietro, bisogna guardare avanti, come sempre. La vita è fatta sempre di nuove situazioni che ci spingono a raggiungere altri traguardi secondo quello che il Signore mi chiamerà ad affrontare. Ognuno di noi ha un posto importante dentro il grande progetto che Dio ha sull’umanità. Cerchiamo tutti di fare la nostra parte, ognuno dove il Signore ci ha posto e secondo la propria vocazione. Dobbiamo fare come i servi della parabola dei talenti: dare il meglio di noi stessi senza guardare il momento nel quale il Signore ci ha chiamato a lavorare nella sua vigna.

Quando leggerete queste mie parole sarò già in partenza per la Colombia. Per questo, vi saluto e vi chiedo una preghiera per una nuova tappa della mia vita da missionario. Da parte mia vi assicuro un angolino nelle mie preghiere per tutti voi. Arrivederci.



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