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Con p. Ferdinando Vignato, in visita a Roma, parliamo di p. Bruno Marchetti, saveriano vicentino classe 1935, conosciuto in Amazzonia come “il missionario del bon bon”, che in portoghese vuol dire “caramella”.

Come mai questo nome?

Perché il suo modo di avvicinare la gente, di accattivarsi le persone è questo: dare caramelle a tutti, bambini, giovani e adulti di qualsiasi età. Ogni mattina mette due chili di caramelle nella sua bisaccia e si incammina per le strade di Belém, specialmente nei quartieri più poveri, nei posti più impensabili, dove nessuno entra, dove non va neppure la polizia; luoghi marginalizzati, dove si spaccia la droga e si commettono crimini e prostituzione. Sono le enormi baraccopoli di Belém, grande metropoli sulla foce del Rio delle Amazzoni.

E cosa fa?

Va ed entra dovunque, e avvicina tutti con i suoi doni. Incontra una persona, gli offre una caramella e comincia a parlare. A iniziare dai bambini, che gli corrono dietro, perché tutti lo conoscono, e gli chiedono “un bon bon”: “Padre, hai una caramella per me?”. “Eccola, tieni il tuo “bon bon!”. E così comincia a parlare, a chiedere come stanno in casa, come va…

È “l’evangelizzazione della caramella!”

Forse, sì. Anche questo è un modo per dire una buona parola, per incoraggiare a lasciare certi comportamenti. P. Bruno non ha peli sulla lingua: va e parla apertamente; conosce tutti e li richiama perché si comportino bene, perché lascino il traffico della droga che semina morte e fa solo danni.

Noi missionari non abbiamo il coraggio di dire e di affrontare certe cose, perché comporta dei rischi. Lui invece, apertamente, davanti agli altri del quartiere, rimprovera, richiama, incoraggia a lasciare le pratiche del male.

Quindi non è solo dare caramelle…

No. Lui invita a lasciare i comportamenti dannosi e ad andare in chiesa, a unirsi alla comunità, a pregare e convertirsi.

Ma qualcuno lo ascolta?

Qualcuno ha davvero lasciato le cattive azioni e si è inserito bene nella comunità. Ci sono state queste “conversioni”.

E la polizia?

La polizia lo conosceva bene: lo stimavano e lo lasciavano fare. P. Bruno aveva caramelle anche per loro, ma anche a loro diceva una buona parola e li ammoniva: che non esagerassero nelle punizioni, che non abusassero della loro autorità, che si comportassero bene con la gente.

Com’era la giornata tipo di p. Bruno?

Usciva alle 9 del mattino e rientrava per pranzo. Poi di nuovo verso le 4 del pomeriggio fino a sera. Ogni giorno, con le sue caramelle nella bisaccia. Ma il giovedì lo riservava ai bambini colpiti da tumore.

Bambini malati?

Sì, a Belém c’è un ospedale per gli affetti da tumore, e c’è un reparto apposta per i bambini. Tumori di tutti i tipi, purtroppo, che colpiscono anche i bambini. Che strazio quando alcuni di loro muoiono!

Ma p. Bruno fa anche pastorale?

Certamente! Egli svolge questa sua attività vivendo in parrocchia, nella comunità saveriana. Lui conosce le famiglie dei quartieri più poveri e miseri. Tutti lo chiamano “padre Bonbon!”. E lui parla con tutti, con i bambini e con i genitori. È un modo che ha inventato per stare con la gente.

L’unico “rito” a cui tiene è, alla fine della giornata, lavarsi bene i piedi per togliere la polvere e il fango, che si sono accumulati fino al ginocchio.

Da sempre?

Sono molti anni che p. Bruno è in Brasile. Non so dire da quando abbia cominciato con le caramelle.

Tutti gli vogliono bene, lo cercano, anche per avere qualche aiuto nelle gravi necessità, per malattia o altre difficoltà.

Noi lo sappiamo e ne parliamo: è ammirevole! Adesso, con i suoi 86 anni d’età, anche per problemi di salute, è in Italia, in famiglia.

Chi ha preso il suo posto per diffondere caramelle e vangelo?

Non lo so. Sarà difficile che qualcuno prenda il suo posto…



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