Il Dialogo: La bellezza del nostro Dio
Ho predicato la Bibbia ai missionari, l'ho predicata alle suore, l'ho predicata in clausura. Stranamente, le mie prediche erano uguali. Perché c'è una spiritualità di fondo, che è il vangelo, e che è per tutti e che sorregge tutti. Questa spiritualità - che viene dal vangelo e che è comune a tutti - in pratica si deve poi esprimere nei vari impegni che ognuno si trova a fare, nei vari ambienti in cui ognuno vive e deve intervenire.
Questa è l'unica cosa che posso e che so fare. Io non conosco la tecnica missionaria né la tecnica della preghiera in clausura. Dovunque e a tutti io parlo della preghiera di Gesù Cristo. E vedo che va bene. Si sente dire che le monache di clausura hanno una loro spiritualità, i missionari ne hanno un'altra e così via.
Io ho sempre trovato che, se gratti in fondo, la spiritualità è uguale. Nel mio libretto, "Alle radici della sequela", descrivo la sequela come una struttura spirituale che è di tutti i cristiani. È chiaro che poi questa si manifesta in forme diverse. Ma il messaggio di Gesù Cristo è uguale. Non può essere diversamente.
C'è un rischio missionario
Sembra che oggi i missionari più giovani sentano una maggiore esigenza di spiritualità: è giusto che la sentano. Perché c'è un "rischio missionario", che d'altra parte è necessario correre, perché l'attività missionaria non mira solo all'evangelizzazione e alla conversione, ma anche ad aiutare le persone a diventare libere.
È chiaro che all'interno di questa scelta, complessa e giusta, si può esagerare. C'è infatti il rischio di concentrarsi troppo sulle attività; c'è il rischio di legare troppo la spiritualità all'attività. Si può fare solo promozione umana, costruire scuole e ambulatori eccetera, e non parlare di Gesù Cristo, di conversione, di fede cristiana. Ma è anche vero che non esiste una vera spiritualità che non si impegni anche in queste cose.
Comunque, il missionario è colui che annuncia come può - con la testimonianza e con le parole - Gesù Cristo e il suo vangelo, senza prevaricare su nessuno. E dicendo sempre: "il mio Dio vuole bene a tutti gli uomini e le donne: ha dato la vita per tutti noi".
Un "sì" libero per amore
Gesù Cristo voleva bene, tanto bene all'uomo in nome del Padre Celeste. Ma proprio perché gli voleva bene, voleva che fosse libero. Intendo dire che, dentro all'idea religiosa che tu annunci e testimoni, c'è sempre anche un'idea di uomo: che non è l'uomo schiavo, ma l'uomo libero; un uomo che se dice "sì", lo dice liberamente; non è costretto.
Gesù ci rivela e ci testimonia un Dio diverso; ed è una diversità bellissima! Un Dio che, proprio perché è Amore, ci dà il comandamento dell'amore, ma non ci costringe. Puoi anche rifiutarlo; ma se lo rifiuti, la colpa sarà solo tua. E comunque, non è mai una costrizione, come farebbe un dittatore o un despota.
Dio non ha bisogno di schiavi
C'è un racconto della Genesi che mi piace molto, anche perché c'è una cosa strana a cui non avevo mai badato prima. Quando il serpente chiede a Eva, "perché vi ha proibito di mangiare i frutti del giardino?", Eva risponde: "Non è vero; possiamo mangiarne, eccetto quelli di un albero". "E perché?", continua il serpente. "Per non morire!", Eva risponde. Ma il diavolo corregge: "Perché non vuole che diventiate come lui!". In questo modo il serpente vuole affermare l'idea di un «Dio padrone», un padrone per il quale devi lavorare come uno schiavo! Invece, se Dio ti dà un comandamento è un bene per te: è per essere più uomo. Sempre.
Perciò - forse esagerando - io dico sempre ai miei ascoltatori: "Se ricevete un comandamento che vi umilia come persone, guardate che viene dagli uomini, non da Dio!". È una cosa così evidente leggendo il vangelo, che mi meraviglio come non ci si accorga. Che idea hai tu di Dio? Un padrone? Allora è un disastro! Dio non ha bisogno di schiavi.
Siccome ci vuole bene, vuole che viviamo nel modo più dignitoso per noi.
"Il mio Dio vuole bene a tutti"
Secondo me questo messaggio aiuta molto anche il dialogo religioso, almeno come lo intendo io. In certi momenti, ci può essere anche una discussione su Gesù Cristo, supponiamo, fra te e un musulmano. Ma il dialogo non consiste nel discutere. Il dialogo è invece questo: che io credo nel mio Dio, e lui nel suo; io però gli dico che credo in un Dio che ha questa idea dell'uomo. Il dialogo religioso, infatti, ha sempre una forte caratteristica antropologica, che si riflette su Dio.
Anche nel mio libretto citato sopra tocco questo aspetto facendo il seguente ragionamento. Se uno mi dice, "il mio Dio è arrabbiato con te, perché tu non lo onori come faccio io", io rispondo che "il mio Dio vuole bene anche a te". Questa è la novità del nostro Dio, che sta alla base del dialogo religioso. Io do un piatto di minestra anche a chi è musulmano: perché? Perché il mio Dio vuole bene anche a lui. Lui non sarà d'accordo, ma si accorgerà - spero! - che il mio Dio è più bello del suo. Altrimenti pazienza: si tenga il suo Dio.
Però io cristiano ho qualcosa che è mio, a cui tengo molto: il mio libero rapporto con Dio che ama tutti!








