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Padre Francesco Tomaselli, missionario autentico

Padre Francesco Tomaselli non ha mai lasciato il Bangladesh: il suo cuore, una volta donato, non ha mai dubitato. La sua destinazione, una volta accettata, è rimasta quella. La sua agonia rallentò il suo passo, ma non diminuì la sua determinazione. Era nel seminario di Bergamo quando coltivava i sogni di terre lontane. I Saveriani divennero la sua famiglia. E il Bengala la sua seconda patria. Le sue esperienze erano conosciute da tutti attraverso le parole degli altri. A me capitò di vivere con lui il tempo della mia residenza nel Bengala: 1959-64.

Era un uomo di fede. Un padre per il suo gregge. Era un sacerdote, e la Chiesa il suo amore. Era un uomo per tutte le stagioni.

Quando arrivavano i monsoni, la sua presenza portava sollievo. Quando discordie familiari dividevano le comunità cristiane, la sua voce era chiara e veniva ascoltata. Quando lotte sociali distruggevano i villaggi nell'area della missione, egli si faceva solidale con indù, cristiani e qualsiasi altro. Anche durante la guerra di indipendenza, la sua presenza fu di incoraggiamento e di aiuto.

Era una persona di grande umanità, nonostante i suoi modi di fare. Toccava profondamente la gente.

Nel 1992, quando tornò nel Bengala per la benedizione della nuova chiesa di Shelabunia, era sempre il sacerdote zelante. Indebolito dalla malattia, spendeva ore e ore con la gente e le famiglie della sua missione. Non andò là con lo spirito di celebrare, ma per incontrare le famiglie e questo fu un grande dono per la gente.

tomaselli In quell'occasione ero presente anch'io e lui ricordava con gioia tutto quello che era stato compiuto. Non erano motivi di glorificazione personale, ma di riconoscimento che Dio opera i miracoli attraverso le persone: i proprietari terrieri indù, i leader cristiani e i suoi fedeli catechisti. La scuola di Shelabunia fu aperta contro ogni speranza e si deve a lui se diventò la migliore della zona. Era interessato alla buona qualità della educazione e a scuola fornì un contributo notevole allo sviluppo umano e riuscì a unire indù, cristiani e mussulmani. Essa gli offrì l'opportunità di visitare le case dei capi religiosi di tutta la regione.

Padre Francesco era di tutti.

Ricordo le nostre numerose visite: sono rimasto impressionato della maniera semplice con cui sapeva mutare una conversazione ordinaria in un dialogo significativo fatto di domande e risposte. Diventò un maestro in questo e i suoi principi marcavano fortemente il suo insegnamento. Mandò molti studenti a completare altrove gli studi e molti anche in seminario, alcuni dei quali arrivarono al sacerdozio. Era un lavoratore instancabile, impaziente, zelante e spesso anche alquanto indipendente. Diede tutto ciò che potè ai progetti iniziali e, nonostante le incomprensioni sempre inevitabili quando lo zelo supera le finanze, rimase persona sempre leale e piena di rispetto per il vescovo.

Era molto ospitale e conosceva le necessità dei nuovi arrivati. Io arrivai a Shelabunia quando l'acqua era al suo livello più alto. Le campagne erano allagate e non si vedevano strade. Vidi avvicinarsi una figura su una barca. Era Tomaselli che veniva a prendermi. Noi due eravamo molto diversi, eppure in tutto il tempo che rimanemmo assieme abbiamo mantenuto rapporti molto cordiali. Il Superiore Generale di allora, p.Castelli, durante una visita ci descrisse come "la coppia perfetta" e ci mandò un'offerta come riconoscimento.

La sua fu una vita illuminata dalla fede e dai suoi principi. Erano forti in lui, e lo spingevano a fare sempre di più e in fretta.

Aveva molto da fare, ma il Signore gli chiese di fermarsi e di continuare la sua missione dalla croce della sofferenza. Fu colpito dal morbo di Parkinson 8 anni fa. Quando lo rividi il suo corpo era un gesticolare continuo e, nonostante facesse fatica a parlare, il suo sorriso era sempre lo stesso: ricordava e gioiva per il passato, pronto ad offrire la malattia che sopportava per amore di Cristo.

In una sua lettera scriveva:

"E' veramente sorprendente rivedere in quante numerose e svariate maniere il Buon Dio mi è stato vicino nella vita, quindi quante occasioni per sentirlo parte portante della mia vita e di testimoniarlo! Chiedo perdono per tutte le volte che la mia risposta ha disatteso la sua aspettativa".

E aggiungeva pensando alla sua vita, ormai minata dalla malattia:

"Sono convinto che questo potrebbe essere lo stadio più intenso del mio far missione: ma a volte sento ancora forte la nostalgia del Bangladesh ed il pensiero di non essere capace di vivere con radicalità l'onere che il Buon Dio mi fa dandomi un'inaspettata occasione di immolazione e di preghiera, a volte mi stringe il cuore...

Continuate a pregare per me, perchè questo nuovo modo di fare missione, diventi il mio stile di vita".



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