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In questi tempi di lockdown, quando è difficile persino uscire di casa, è bello sognare e viaggiare con p. Angelo Pansa che ci racconta la sua partenza per l’Amazzonia, dopo aver vissuto intensamente e pericolosamente in Congo anni cruciali. È un racconto di vita, ricordi belli, semplici e nello stesso tempo intensi. In apparenza sembrano aspetti normali, ma in realtà accadono poche volte nella vita. Il bene non si improvvisa. Ha radici profonde che risiedono nell’esempio e nelle parole dei nostri genitori e dei nostri nonni.

Lasciata la missione in Congo e destinato all’Amazzonia Brasiliana, dopo aver completato la documentazione necessaria, ho trascorso le ultime settimane, prima di partire, a Bergamo. Facevo visita a familiari e amici. Era l’ottobre del 1967. In parrocchia il parroco aveva organizzato, la domenica precedente la partenza, una Celebrazione Eucaristica solenne, invitando tutta la popolazione a partecipare. In effetti, la chiesa era piena di gente conosciuta e a me cara. 

Il parroco, all’inizio, ricordò il mio passato di chierichetto, la mia partenza per gli studi nelle comunità dei missionari Saveriani, la prima Santa Messa in parrocchia nel 1956, quella della partenza per il Congo nel 1958 ed ora la celebrazione della partenza per l’Amazzonia. Al termine, molti dei partecipanti vennero a salutarmi, mentre mi trovavo ai piedi dell’altare circondato da tante persone. C’era anche mia mamma, assieme ai miei fratelli e alle mie sorelle.
Nel gruppo numeroso che era in attesa di salutarmi e di farmi gli auguri per una buona missione, ho avuto l’impressione che qualcuno mi guardasse e sorridesse quando i nostri occhi si incontravano. Venne finalmente il momento nel quale quel giovanotto riuscì ad avvicinarmi e a parlarmi.

“Padre Angelo, noi ci siamo conosciuti un bel po’ di anni fa quando lei ancora faceva il chierichetto in questa chiesa, ma anche quando ci trovavamo, io e mio fratello, assieme alla nostra mamma che faceva il bucato nel lavatoio municipale. C’era anche la sua di mamma e lei veniva ad aiutarla dopo la scuola. Con certezza dovrebbe ricordarsi della nonnina Teresa non è vero? Ebbene, la nonnina Teresa e la mia mamma sono in cielo, così come il mio fratello minore. Sono rimasto soltanto io.
Oggi ho avuto l’occasione di parlare con lei per poterle dire quello che sia nonnina Teresa che mia mamma mi hanno raccomandato di fare. Ringraziarla per i tanti gesti di bontà e per gli aiuti che ci ha dato. Se sono qui oggi è grazie al suo aiuto e alle sue preghiere. A questo riguardo, devo dirle che la nonnina Teresa, quando ormai era vicina alla fine, mi disse di farle sapere che dal giorno nel quale è partito per studiare da missionario e da quando è partito per il Congo, lei avrebbe pregato tutti i giorni una Corona del Rosario, chiedendo al Signore di proteggerla, aiutarla e benedirla. E adesso, se me lo permette, vorrei abbracciarla a nome mio, a nome di nonna Teresa, di mia mamma e del mio fratellino Luca”.

Credo sia inutile sottolineare che le lacrime non mancarono anche da parte di molti che erano vicino e avevano udito le confidenze di quel giovanotto, che si chiamava Giacomo.



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