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Disoccupati veri e sfaccendati per professione

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In Africa la faccenda è diversa

Stamane alle dieci sono sceso in piazza; al bar dell'angolo c'era il solito vociare scomposto di un gruppo di pensionati  oltrasessantenni; una sbirciatina me li fotografa proprio tutti. In fondo alla piazza c'era un rumore assordante di motori; schiamazzi e voci concitate provengono da un gruppo di giovanotti con casco e giacconi di pelle. Ogni tanto sentivo un'accellerata, e subito dopo ti schizzavano davanti come una nuvola spinta da chissà quale vento: una dozzina di moto di grossa cilindrata.

Sono i figli di papà che ingannano il tempo esibendosi in' esposizione- mostra di moto ultimo grido; domani certo li troverai in un altro angolo della provincia, alla guida di una macchina di grossa cilindrata, sempre per rompere la noia del quotidiano.

Ritornando a casa, proprio all'incrocio con la via principale, mi imbatto in un gruppo di veri disoccupati: facce smunte e vestiti consunti te li indica immediatamente; sono extracomunitari: filippini, nord Africani, est europei; sono li per la giornaliera, paziente attesa di una chiamata che possa risolvere i loro problemi. Ne ho parlato con l'amico Gigetto, un tipetto tutto pepe e di gran senso; al telefono mi spiegò che "disoccupati" è un termine generico: ci sono i pensionati, poi quelli che devono quotidianamente tirare a sera, ed infine i veri disoccupati che non sanno come sbarcare il lunario con famiglia e grossi problemi alle spalle; poi ci sono anche quelli che non sanno come districarsi per il troppo lavoro.

Mi invitò poi ad andare a far visita a Marco, un amico comune. Andammo nel pomeriggio; fortunatamente era in casa, una villetta ai margini della città, circondata da uno spicchio di giardino con tanti bei fiori e un ampio orto, tenuto a regola d'arte, con irrigazione automatica. Appoggiato alla mura di cinta c'era una specie di motorino con un porta bagagli carico di tutto; è certo un disoccupato in attesa di correre alla prima emergenza; è tanto scassato che solo Marco ne può tenere insieme i pezzi.

Siamo in casa di un tuttofare: le più svariate emergenze gli hanno aguzzato il cervello, tanto da renderlo quasi un fenomeno. Ha quattro bocche da sfamare, più se stesso e la moglie; non è certo un affare da poco coi tempi che corrono; ha l'aria del galantuomo e sprizza gioia tutte le volte che può aiutare qualcuno che si trova nei pasticci; di lui tutti si fidano. Ci accolse con una pacca sulle spalle, e subito ci trovammo a chiacchierare del più e del meno davanti a una tazza di caffè preparato dalla signora.

Ragazzi e moglie sono la sua fotocopia; li ho visti passare rispettosi e discreti. Mi venne in mente la mia Africa; molto diversa, ma con tante coincidenze perché, nonostante le diversità, l'uomo resta fondamentalmente uguale anche ai tropici. Ricordo di essere entrato un giorno nel negozio gestito da un africano. Lui, il proprietario, era beatamente sdraiato su un'amaca, e siccome faceva molto caldo indossava solo dei pantaloncini.

Al suono del campanello della porta d'entrata aperse due occhietti assonnati in mia direzione; evidentemente l'avevo disturbato. Gli domandai alcune bottiglie che vedevo allineate sullo scaffale istintivamente mi rispose di esserne privo, ma di fronte alla mia documentata rimostranza, mi propose di pagarle, prenderle e poi di chiudere la porta; cosa che io feci.

Fuori, a cinquanta metri, sotto un portichetto, c'era Amadu, il sarto che vedendomi si sbracciò per attirare la mia attenzione e invitarmi; ero un suo benefattore, perché gli avevo procurato una vecchia Singer venuta dall'Italia. Con quella faceva miracoli. Ora stava facendo un paio di pantaloni per un cliente che stava a due passi; lui faceva di tutto, però a precise condizioni: misure approssimative, allergico alle curve, servizio rapido e pochi soldi. Ricordo di avergli commissionato un centinaio di pantaloni per i ragazzi della scuola; m'era arrivato un rotolo di stoffa, forse dall'America; lui ci si mise di buzzo buono e in breve tempo potei accontentare tutti i miei ragazzi.

Non vi dico le scenette esilaranti che capitavano alle prove: l'amico non si scomodava gran che neanche nei momenti più critici; in soccorso aveva sempre una buona forbice che accorciava, raddrizzava. Me lo sono scelto anche per come aggiusta camicie e pantaloni; non vi dico i risultati, c'era da sbellicarsi dalle risa; ma tant'è, lui mica se ne dava a male; intanto lavorava e qualcosa entrava per sfamare i tanti figli che aveva.

Stasera mentre siedo davanti al televisore per sorbirmi la razione quotidiana della manipolazione genetica delle notizie, avvelenato con una signora che col suo cagnolino bambola mi ha imbrattato tutto il marciapiede davanti a casa, penso che almeno in alcune cose ci differenziamo dagli africani: nessuno di loro oserebbe scambiare il cagnolino con un possibile figlio; e tanto meno pensa o si azzarda a dare al cagnolino, pur nel riguardo dovuto, una dignità che per natura non ha.

Guardando poi il notiziario penso che in Africa nessuno si sognerebbe di vedere le donne in corteo scortate da poliziotti in assetto di antiguerriglia e precedute da nugoli di studenti perpetuamente sfaticati e in carca di guai. La donna in Africa è sempre affacendata: la vedi con i suoi picco li che le zampettano attorno o ciondoloni dietro la schiena, sia che faccia la venditrice ambulante con le poche cose posate sulla testa o nel campo a sarchiare il terreno o piantare il riso o la cassava.



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