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Intervista a p. Gerardo Pretel Ortíz - 1

È passato nella nostra comunità di Roma il saveriano colombiano p. Gerardo Pretel Ortíz. Questa intervista ci permette di sapere qualcosa di lui e della sua vita missionaria nel cuore dell'Africa. È molto interessante!

Parlaci di te...

Sono nato nel 1965 a Bonaventura, in Colombia. Ringrazio Dio per essere nato in una famiglia cristiana, discendente degli schiavi africani. Dai genitori sono stato educato in un ambiente di fede. La nostra casa è a soli 100 metri dalla chiesa del "Sagrado Coraçon de Jesus". I saveriani, appena arrivati in Colombia nel 1975, sono venuti proprio nella mia parrocchia. Da piccolo li frequentavo spesso; ero anche chierichetto. Questo contatto è certamente stato all'origine della mia vocazione missionaria, che si è manifestata dopo la cresima.

Cosa facevi allora?

I saveriani non avevano ancora aperto una comunità di formazione per aspiranti missionari. Perciò ho passato alcuni primi anni nel seminario diocesano di Bonaventura. Nella città di Cali avevo anche frequentato un corso per essere giornalista. Ho continuato in seminario fino al 1995, quando sono diventato diacono.


Poi con i saveriani...

Sono entrato con gioia tra i saveriani, vivendo con loro per due anni a Cali e a Bogotà; poi ho fatto il noviziato in Messico, dove ho conseguito anche una licenza in teologia biblica. Mi sono trovato subito molto bene, accolto come fratello fra fratelli. Nel 2002, subito dopo l'ordinazione sacerdotale, sono andato a Parigi per prepararmi alla missione in Congo, dove mi trovo da nove anni.

Come vivi la missione?

La missione è stata ed è per me un momento di grazia: mi ha permesso di condividere il vangelo con la gente e con i giovani in particolare. L'ho sperimentato in tanti safari, nelle tre missioni di Shabunda, Kitutu e Ngenhe... L'estensione territoriale di ciascuna di queste parrocchie è enorme. Shabunda, ad esempio, è una parrocchia con almeno 100 comunità, in altrettanti villaggi distanti tra i 5 e i 15 chilometri l'uno dall'altro.

Visitate le comunità?

Noi missionari visitiamo tutte le comunità ecclesiali, rimanendoci almeno due giorni: lavoriamo, preghiamo, mangiamo e dormiamo con la gente del posto. Insieme ai responsabili stiliamo il programma delle varie attività e i vari compiti come, per esempio, la costruzione delle chiesette, che sono ancora di paglia, e la preparazione ai sacramenti. Rimanendo parecchio tempo con loro, possiamo "tastare il polso" della situazione di ogni comunità.

Ci sono strade percorribili?

Non ci sono strade che collegano i paesi; ci sono solo sentieri che la gente percorre a piedi. Dal centro della missione alle singole comunità anche noi missionari andiamo a piedi, o in bici, in moto o, dove si può con la jeep. Non essendoci strade, il materiale di costruzione deve essere trasportato con l'aereo. Da Bukavu alla nostra missione ci vuole un'ora e mezzo di aereo. Si pagano 2 dollari ogni chilo di materiale trasportato...

Quante volte visitate le comunità?

Quattro o cinque volte l'anno. È un'attività impegnativa, ma mi piace tanto. C'è anche un altro motivo: i cristiani vivono in mezzo ai musulmani e vogliamo evitare che vengano "assorbiti" da loro o dalle sette protestanti. Cerchiamo di sostenerli offrendo loro una solida formazione, e questo avviene nelle piccole comunità.

Due volte l'anno, invece, riuniamo al centro tutti i responsabili delle comunità, i catechisti e gli animatori dei giovani, offrendo loro un corso di almeno una settimana. Siamo convinti che, oltre alla spiritualità, la formazione e la catechesi (biblica, liturgica, teologica eccetera) è ciò che più motiva i laici a continuare nella difficile missione dell'evangelizzazione.



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