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Cinquantatré è il numero degli anni che ho vissuto in Sierra Leone come missionario. Sono volati e sono stati un dono molto prezioso ricevuto dal Signore. A Lui il Grazie più sentito. 

Nel dicembre 1999 ero stato rapito dai ribelli R.U.F. e i telegiornali televisivi avevano annunciato: “Missionario Italiano rapito dai Ribelli in Sierra Leone e non si sa dove sia”. Quello ero io. Sono venuti i soldati dell’ONU e i ribelli sono scappati e anch’io sono partito dalla parte opposta. Più tardi i ribelli hanno stretto una pace col Governo e allora il mio Vescovo mi ha mandato a vivere proprio tra loro e con i bambini sodato. Erano 250 tra bambini e bambine dall’età di 6 anni ai 12. In sette mesi, aiutato dai nostri giovani, siamo riusciti a mandarne a casa, e quindi a restituirne ai loro genitori 225. 

In quegli anni ho visto tanta violenza, ma anche tanta bontà. E come capita sempre, un ramo (la violenza) che casca da un albero fa più rumore di mille foglie (la bontà) che cascano dallo stesso albero. Questo è stato un po’ il lavoro missionario durante la guerra in Sierra Leone. Grazie al Signore anche la guerra dopo 11 anni è finita e allora ci siamo impegnati in una missione di evangelizzazione. 
Quando sono partito dal mio paese (Bozzolo in provincia di Mantova) la gente mi diceva: “Ma che bravo che sei, vai a portare il Signore in Africa, a promuovere progetti di sviluppo sociale (non sapevo neanche cosa fossero), ad aiutare i poveri, i malati, i bambini…”. Arrivo in Africa e i cristiani son venuti a darmi il benvenuto. Quindi il Signore era già là, non l’ho portato io. Progetti di sviluppo sociale? Sì, ne ho organizzati ma il lavoro sotto quel sole africano non l’ho portato avanti io, ma la gente locale. Loro sono i responsabili che meritano la lode e la gratitudine. L’aiuto ai poveri, ai malati e ai bambini? Se non ricevevo aiuto dai cristiani d’Italia, avrei fatto ben poco. 

Allora, mi sono sinceramente chiesto: “Cosa vuol dire per me essere missionario?”. Sono arrivato a questa conclusione: “Essere un missionario significa essere un cavatappi. Cioè, non sono venuto in Africa a riempire delle bottiglie vuote, ma a stapparle e a tirar fuori i talenti che hanno perché siano loro a risolvere i problemi della loro Sierra Leone. E l’educazione scolastica è indispensabile. 
Così si spiega perché in Sierra Leone abbiamo la missione cattolica molto impegnata nell’istruzione. Avevo da curare 47 scuole elementari e 6 scuole medie. E tutto il lavoro educativo (insegnanti e programmi scolastici) è diretto dalla gente locale. 

In Sierra Leone, viviamo poi insieme ai musulmani. Loro sono il 93% della popolazione, ma siamo uniti nella diversità, rispettando la dignità di ciascuno. E ci vogliamo bene. Tanti dei nostri maestri sono musulmani e nelle nostre scuole vengono a conoscere e ad apprezzare la religione. Al Signore è lasciata l’operazione più importante: la conversione. A noi missionari è chiesto non tanto il fare, ma l’essere. Vogliono vedere il nostro esempio. 

Tutta la Chiesa, tutti i cristiani sono invitati ad essere dei missionari, dei cavatappi, a vedere gli aspetti positivi in chi ci sta accanto, a non giudicare, a non condannare, a non criticare. Se tutti accettassimo di essere missionari, di apprezzare il bene in chi ci sta accanto, il nostro mondo diventerebbe più bello, più accogliente, più sorridente. È l’augurio che ci facciamo a vicenda. 



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